Juventus, la missione di Allegri: trovare un posto a Chiesa

TORINO – Kean e poi Chiesa e poi De Ligt, cioè i giovani. Anzi, i “meno esperti”, come li ha definiti Allegri derubricando tre giocatori con il pedigree e soprattutto il costo del calciatore affermato, non troppo giovane e senza dubbio per niente inesperto. C’è un nesso tra il pungolare dell’allenatore e il fatto che la firma alla prima vittoria in campionato l’abbiano messa quei tre? C’è un significato speciale? “No, significa solo che sono stato fortunato nelle scelte”.

Torti e ragioni di Kean, De Ligt e Chiesa

A dire il vero, la partita di La Spezia ha dato torto e ragione ad Allegri, così come a quei tre, allo stesso momento. Gli ha dato ragione perché per lunghi momenti della partita sono stati prigionieri delle loro imperfezioni e sono ricascati nei soliti difetti, salvo però poi emendarli con le giocate decisive. Kean ha segnato un gol pregevole ma poi si è spesso arreso all’esuberanza fisica di Hristov. Ha dialogato poco con i compagni, si è mosso un po’ alla cieca. De Ligt si è rabbiosamente scatenato nel momento della rimonta ma dietro ha traballato, denunciando imperfezione nel piazzamento quando Antiste s’è involato per segnare il 2-1. Allegri continuerà a lavorare sui suoi “meno esperti”. Conosce le loro potenzialità (a cominciare da quelle di Kean, che fu lui a lanciare quando non aveva ancora 16 anni e che ha rivoluto adesso) ma sa che di per se stesse non sono sufficienti: la sensazione è che tutti e tre, ma in particolare De Ligt, abbiano interrotto troppo presto il loro percorso di miglioramento, probabilmente appagati dallo status raggiunto e dai successi e dai complimenti incamerati.

De Ligt viene dopo Bonucci e Chiellini

De Ligt, in ogni caso, in questo momento è gerarchicamente alle spalle della coppia Bonucci-Chiellini: se saranno in salute, toccherà a loro due giocare le partite più prestigiose, a cominciare da Juve-Chelsea di mercoledì prossimo. Kean è l’alternativa a Morata e Dybala, mentre diversa la posizione di Chiesa, che avrebbe tutto per essere un titolare intoccabile, visto che l’anno scorso è stato quello che, assieme a Ronaldo, ha tenuto in piedi la baracca e che agli Europei è stato uno degli elementi chiave della nazionale di Mancini.

Il Chiesa double face

E Chiesa, l’uomo destino, ha riassunto meglio di chiunque altro torti e ragioni. Allegri vorrebbe che imparasse a dosare gli sforzi e soprattutto a gestire con più raziocinio le scelte di gioco: “Deve capire quando è il momento di tenere la palla e quando di darla, quando è il caso di dribblare, come muoversi senza possesso. E non deve spendere subito tutto quello che ha scattando in continuazione”. Nel primo tempo del Picco, Chiesa è stato tutto un difetto: forse condizionato dalle parole dell’allenatore, ha cercato di non bruciare subito tutte le energie, finendo però per emarginarsi dal gioco. E quando vi è entrato, ha quasi sempre sbagliato le scelte, crossando o tirando o scattando un po’ a casaccio, come se fosse condizionato dall’idea di pensare: invece di seguire l’istinto, come fa di solito, è sembrato ragionare sulla cosa giusta da fare, finendo per fare confusione.

Il rabbioso istinto che ha portato al pareggio e il post di Vialli

Ma poi è stato il suo rabbioso istinto a ribaltare la partita. Il momento chiave – immortalato anche da Gianluca Vialli su Twitter con una descrizione significativa: “La voglia di Chiesa e Rabiot di andarla a vincere” – è quello del gol del 2-2 e non tanto per il modo in cui lo va a segnare (di prepotenza, con un ostinato sfondamento centrale) quanto per quello in cui va a combattere per una palla che sembrava già perduta. L’istantanea è questa: c’è un pallone che sta rotolando verso la bandierina del calcio d’angolo (sarebbe corner per la Juve) e lo spezzino Verde si sforza per provare a recuperarlo prima che esca. Gli altri juventini sono fermi. Il più vicino è Rabiot, che osserva la vicenda con distacco (è l’immagine più significativa). Chiesa invece si fa improvvisamente prendere da un istinto predatorio e scatta come un ossesso. Verde non se lo aspetta e, mentre cerca di evitare il corner, si fa soffiare la palla dal bianconero, che la rimette in gioco rilanciando l’azione della Juve. Chiesa riapparirà alla fine della medesima, risolvendo la mischia rugbistica che si era creata in piena area con un giocata che ha anticipato le intenzioni di tutti, perché lui è  l’unico a seguire l’istinto.

La missione di Allegri: trovare un posto a Chiesa

Il punto è la collocazione tattica: Chiesa è l’ideale per giocare da ala destra in un tridente puro (come quello azzurro, appunto), ma alla Juve non si può perché manca l’ala sinistra e, soprattutto, una conformazione del genere escluderebbe Dybala. Nel 4-4-2 come quello di La Spezia può funzionare, ma in questo caso toglierebbe il posto a Cuadrado, che rimane tuttavia uno dei giocatori di maggior affidamento della rosa, uno cui Allegri non rinuncerebbe mai nelle partite chiave. Chiesa può essere spostato a sinistra, dove adesso c’è Rabiot, ma non ha la sensibilità tattica per alternare le funzioni di esterno a quelle di mezzala.

L’approdo naturale del 4-2-3-1

L’approdo naturale per non rinunciare al meglio di quanto la rosa offra è dunque il 4-2-3-1, con due mediani solidi (Locatelli e Bentancur vanno bene, ma in prospettiva anche Arthur) a supportare un attacco formato da una punta centrale (Morata o Kean) e da due esterni larghi, Cuadrado a destra e Chiesa a sinistra. Dybala giocherebbe alle spalle del centravanti, cucendo il gioco tra i reparti e retrocedendo fino alla linea di centrocampo per costruire l’azione. D’altronde è quello che già fa adesso ed è quello che fece (pur con funzioni più da punta che da regista) nella sua stagione migliore, quella del famoso 4-2-3-1 che portò alla finale di Cardiff: fu la Juve più forte e più bella del decennio trionfale. Unica controindicazione: secondo Allegri, Chiesa è molto più efficace quando parte da destra e non da sinistra, anche se a La Spezia è lì che ha giocato l’ultima parte di gara, prima di uscire per un dolorino alla coscia che ne mette in dubbio la presenza domenica con la Sampdoria. L’azzurro deve accettare un compromesso tra l’istinto e l’idea collettiva: ce la farà? Riuscirà a diventare il Mandzukic 2.0?

Fonte Repubblica.it

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