Juventus-Inter: dal lockdown allo stadio pieno, il derby d’Italia senza fine attraversa la storia

Juventus-Inter: dal lockdown allo stadio pieno, il derby d'Italia senza fine attraversa la storia

TORINO — Sempre loro da sempre, nel vortice del mondo tutto diverso che non cambia mai. La Juve. L’Inter. L’Internazionale di Milano, già Ambrosiana, contro la squadra del latinorum, la Juventus che mai mutò declinazione da quel pomeriggio del 1897 sulla panchina del liceo ginnasio Massimo D’Azeglio, la scuola di Primo Levi e Cesare Pavese. Sarebbe felice il nostro Brera, che proprio 55 anni fa chiamò questa partita “il derby d’Italia”, nel confermare che anche in campo un classico è eterno. 

Il conto degli scudetti è sempre sulle loro dita. Anche adesso, nel campionato più incerto, lo snodo è juveinter, una parola sola. Se vince la Juve, hai visto mai. Se perde l’Inter, arrivederci. Una finale, ma soprattutto un finale. Juve-Inter è stata l’ultima grande partita della nostra vita di prima, 8 marzo 2020 a porte chiuse, 2-0 secco, Dybala sinistro mirabile (l’ultima di A, il giorno dopo, fu Sassuolo-Brescia). Poi avremmo respirato sospiri nelle mascherine. Oppure l’anno scorso, quando è Antonio Conte, rito crudele, a scucire lo scudetto dalla sua antica, amata maglia. 

C’è tutto un mondo intorno. C’è Boniperti che chiude la carriera a sorpresa contro Sandro Mazzola al debutto, e gli regala la casacca (“Tieni, sei degno di tuo padre”), è il 10 giugno 1961, Sandrino alza gli occhi verso la basilica sul colle e trema. Invece gli scarpini Boniperti li dà al magazziniere Crova, “To’, metti via, io non li uso più” e quell’altro sbigottito balbetta, “Ma t’ses mat?”, mai sei matto Giampiero?

Il duello eterno, altro che scudetti di cartone. Di carne, semmai. La carta è solo quella degli almanacchi, nel caso di Juve-Inter sacri testi di storia. Quando Brera s’inventa quella cosa del derby d’Italia nel ’67, l’Inter perde un incredibile campionato a Mantova, papera del portiere Sarti che diventerà juventino, scudetto agli “operai” di Heriberto Herrera, in porta Anzolin, il libero è Salvadore, il “cerèbro” Luis Del Sol, a dribblare c’è Zigoni. Nel Mantova para uno sbarbatello niente male, si chiama Dino Zoff: poteva diventare interista, ma lo scartarono perché troppo basso e gracile. A dire no fu un certo Giuseppe Meazza.

Nessuno come loro, nessuno come la Juventus di Gianni Agnelli e come l’Inter dei Moratti padre e figlio, e dell’avvocato Peppino Prisco, “se stringo la mano a un milanista poi me la lavo, se la stringo a uno juventino conto se ci sono ancora tutte le dita”. Oppure Boniperti e Fraizzoli che si scambiano Anastasi e Boninsegna, i nerazzurri sicuri di aver tirato la fregatura, invece Bonimba nella Juve torna bambino mentre Pietruzzu comincia a declinare. La Juve tutta italiana di Bilbao, Benetti e Trap, e dei 51 punti. Mai più tornerà quel tempo. Juve e Inter, Mazzola e Bettega, Platini e Rummenigge, Cristiano Ronaldo e Lukaku. Tutti presenti sempre. Domenica sera non sono annunciate maglie con strani colori e disegni, meno male. Sono così belle le righe bianche e nere, le righe nere e azzurre su sfondo verde smeraldo, lucidato dai riflettori. 

Un lampo, poesia. Come quella di Maurizio Cucchi, il titolo è 1953: “L’uomo era ancora giovane e indossava / un soprabito grigio molto fine. / Teneva la mano di un bambino / silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, / c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria. / Luigi Cucchi / era l’immenso orgoglio del mio cuore, / ma forse lui non lo sapeva”. I nostri perduti papà, tifosi di Juve e Inter.

Fonte Repubblica.it

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