Juventus, ecco con chi ce l’ha Allegri

LA SPEZIA – C’è un problema evidente tra Allegri e i giocatori che non c’erano  quando lui se ne andò e che adesso si è ritrovato ad allenare: Chiesa e De Ligt continua a punzecchiarli facendo nome e cognome mentre gli altri – Rabiot, McKennie, Kulusevski – li inserisce in una categoria più generica, quella di chi non ha capito come funzionano le cose alla Juventus. Ma non è difficile dedurre che si riferisce ad alcuni di loro quando esce dal campo sacramentando (“Porca tr…! E questi vogliono giocare nella Juve?”) e a tutti loro (incluso Kean, che fu lui a lanciare giovanissimo ma che, da sempre, manifesta incostanza caratteriale) quando parla della difficoltà a sostenere il peso dalla maglia e persino del pallone, a prendersi l’onere della responsabilità, a confrontarsi con la quotidiana necessità di vittoria. 

Allegri e gli acquisti di Paratici

In queste settimane Allegri ha fatto spesso accenno a questi argomenti.  E i fatti (cioè le sue scelte) dimostrano quanto poco creda ai colpi di mercato degli ultimi tre anni: Rabiot sta giocando molto ma solo per mancanza di alternative, McKennie e Kulusevski sono ai margini, Chiesa e De Ligt (due cardini per Pirlo) titolari solo a singhiozzo. Ramsey è stato provato come centromediano, prima che l’arrivo di Locatelli lo confinasse tra le riserve. L’unico di cui si fida è Danilo, giocatore con un’intelligenza acuta che piace a ogni allenatore, Allegri incluso. Per lui, gli uomini chiave della Juventus sono Szczesny, Bonucci, Chiellini, Bentancur, Cuadrado, Alex Sandro, Dybala, Morata: la “sua” Juve. È da loro che non prescinde. 

Serie A, Allegri furioso: “Questi vogliono giocare nella Juve…”

L’accusa ai panchinari: “Più rispetto” 

L’ultimo rimprovero alla categoria delle seconde linee (o degli acquisti di Paratici, la si definisca come si preferisce) l’allenatore l’ha fatto alla vigilia della trasferta della Spezia, di una partita che non ha esitato a definire “una sfida salvezza, se guardiamo la classifica”. Se l’è presa, stavolta, con chi domenica allo Stadium stava tra le riserve: “Quelli che vanno in panchina devono essere determinanti per come entrano, per l’approccio: vale per domenica ma valeva anche con il Malmö, il Napoli, l’Udinese. Prima le partite si giocavano in 14, ora in 16: esigo che chi entra abbia rispetto, rispetto di chi gioca. Devono entrare a dare una mano ai compagni. È una questione di rispetto e responsabilità. Non ci sono scuse, bisogna essere pronti”.   

Questo genere di malcontento, Allegri lo covava già da un po’: s’è accorto che chi parte dalla panchina non è abbastanza concentrato, che magari è deluso per l’esclusione e che quando viene chiamato in causa non riesce a sintonizzarsi subito sulla gara, ha un atteggiamento superficiale, distaccato. Con il Milan, Chiesa Kulusevski e Kean sono entrati male in partita. Lo stesso era successo a De Ligt e allo stesso Kean a Napoli. Le sostituzioni, in assoluto, non hanno mai portato beneficio alla squadra, tant’è vero che dopo i cambi la Juve non ha segnato un solo gol, che tre volte il risultato è peggiorato (Udinese, Napoli, Milan) e due non è cambiato, sia quando le cose stavano andando bene (Malmö) sia quando stavano andando male. È probabile che Allegri abbia concettualmente sbagliato degli avvicendamenti, ma lo è di più che sia stata la scarsa verve dei subentranti a renderli sbagliati. Quando dice, come ha detto domenica, che “avrei dovuto fare delle sostituzioni più difensive” fa di certo un ragionamento tattico, ma stava anche pensando al fatto di essersi pentito di non aver fatto ricorso a un soldatino affidabile come De Sciglio, un altro dei suoi fedelissimi. 

Da Chiesa a De Ligt: giovani o poco esperti?

Non è un caso, dunque, che Allegri si stia affidando alla vecchia (talora vecchissima) guardia, anche se al Picco cambierà molto e darà spazio – o, per meglio dire, un’opportunità – a molti della categoria che ha messo sotto giudizio. La Juve stasera si ringiovanirà, però “non parliamo di squadra giovane, ma di una squadra con giocatori molto bravi, alcuni esperti e altri meno. I giovani hanno 18 anni: l’esperienza è una cosa, l’età un’altra”. Curiosa annotazione, quando giusto qualche giorno prima, riferendosi a De Ligt, lo stesso Allegri aveva parlato di limiti di gioventù: “Ha 22 anni, è arrivato dall’Ajax che ne aveva 20. Ci vuole calma, la maglia della Juve pesa. Ha qualità importanti ma deve migliorare. C’è un percorso, nessuno nasce imparato. De Ligt è ancora giovane”. Adesso, in base alle ultime indicazioni, dovremmo invece definirlo “meno esperto”, ma parliamo tuttavia di un calciatore al sesto campionato di prima divisione, con oltre 200 partite da professionista sulle spalle, 31 presenze in nazionale, altrettante in Champions League (incluse due semifinali) e cinque trofei già in bacheca: è sicuramente più giovane che inesperto. In quanto a Chiesa, “deve acquisire consapevolezza che siamo alla Juventus”. E ancora: “Lui è straordinario nel puntare la porta e tirare. Ma oltre a quello deve imparare a giocare senza palla, a capire quando va tenuta, quando va passata, quando è il caso di dribblare e a dosare gli sforzi, se no con gli scatti che fa al 60’ è già da buttar via”. Deve insomma imparare quasi tutto, benché non sia più né così giovane (compirà 24 anni tra un mese) e nemmeno poco esperto, visto che ha appena cominciato il suo sesto campionato di A e che ha già collezionato 198 partite nei club e 34 in nazionale, dove si è laureato campione d’Europa. Di tempo per imparare, in teoria, avrebbe dovuto averne. Rimane una considerazione: se dopo anni di professionismo sono ancora così incompleti, De Ligt e Chiesa valgono davvero gli 85,5 milioni spesi per il difensore e i 60 investiti sull’ala? E i 44 di Kulusevski, altro giocatore che Allegri non sta riuscendo a decifrare? Lui, almeno, è indiscutibilmente ancora piuttosto giovane e poco esperto.

Fonte Repubblica.it

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