Juventus, chi sono i fedelissimi di Allegri: da De Sciglio a Bentancur, la vecchia guardia con lui

TORINO – Allegri sta costruendo una Juve da trincea. E in trincea cosa serve se non gente fidata, affidabile, generosa, che, oltre le proprie, guardi le spalle degli altri e che non abbia altre velleità se non la salvezza collettiva, perché la sortita individuale non porterebbe da nessuna parte? Così sta nascendo la Juve dei Bentancur e dei De Sciglio, probabilmente i due che possono essere definiti i fedelissimi del tecnico attuale, perlomeno nella misura in cui non lo sono stati degli altri, che magari li hanno apprezzati e anche utilizzati, ma più che altro perché li avevano lì, a portata di mano. Non li avessero avuti, non li avrebbero chiesti. Allegri invece sì.

La sfiducia nei giocatori arrivati dopo il suo addio

Ci sono due ragioni per cui nella Juve della risalita a colpi di 1-0 stanno brillando protagonisti meno attesi: la prima sono i malanni (ricorrenti, per altro) che attanagliano i più raffinati, come Morata e Dybala, la seconda la sfiducia evidente che Allegri sta nutrendo nei confronti dei giocatori arrivati nel biennio in cui è rimasto a guardare perché la società aveva deciso di dare alla squadra una volta estetica. Nemmeno il migliore degli acquisti del fatti tra l’estate 2019 e quella del 2020, Chiesa, è ancora una pietra miliare negli schemi dell’allenatore, che sta cercando all’azzurro una collocazione precisa e definitiva e intanto non lo vede per quel che è sempre stato, cioè un’ala nel 4-3-3, ruolo in cui è anche diventato campione d’Europa. Difatti il rendimento di Chiesa è altalenante, intanto che Allegri sta cercando di trasformarlo in una punta da venti gol a stagione.

De Ligt, Kulusevski e McKennie sempre in bilico

Ma anche un colosso come De Ligt, investimento da 85 milioni, non è affatto un intoccabile (per il ct della nazionale Van Gaal, anzi, è una riserva tout court). Di Ramsey e Kulusevski non sta avendo una grande considerazione, e anche a loro sta cercando di cambiare il ruolo. McKennie, che l’anno scorso venne spacciato per un crack assoluto, viene messo un po’ qua e un po’ là, dove c’è bisogno e senza troppa convinzione, “perché lui è uno che in campo va un po’ per conto suo”. Arthur, più infortunato che altro, sta cominciando a soppesarlo adesso. Ha dato il posto fisso a Rabiot, quello sì, ma principalmente per mancanza di alternative. E comunque non gli ha mai risparmiato critiche, nemmeno in pubblico.

Danilo l’unico a mettere d’accordo tre allenatori

Resta Danilo, che invece è un punto fermo, nella difesa a tre come in quella a quattro, a destra come a sinistra e volendo pure a centrocampo. Ma il brasiliano è un professionista esemplare e soprattutto un calciatore di raffinata intelligenza, che difatti aveva conquistato, prima di Allegri, anche Sarri e Pirlo. Si può dire che sia l’unico a esserci riuscito, che sia il solo punto di contatto fra i tre.

L’importanza della vecchia guardia

Tornando dopo due anni, Allegri si è basato sui suoi uomini, quelli che avevano fatto almeno un pezzo di viaggio insieme. Bonucci e Chiellini, innanzitutto: i capisaldi, i portatori sani della sua filosofia. Ma soprattutto i gregari che non lo hanno mai tradito e a cui sa di poter chiedere uno sforzo in più, un sacrificio supplementare, un contributo speciale a cominciare da Cuadrado, che fa girare come una trottola (ala, mezzala, terzino, esterno a cinque) ma a cui non rinuncia mai, soprattutto nei momenti di difficoltà.

La stima per Szczesny la fiducia in Bentancur

Intanto, ha sempre avuto grande stima in Szczesny: lo ha preferito alla possibilità di avere Donnarumma, lo ha difeso nei giorni della crisi, ne ha fatto il punto di partenza per consolidare la trincea. Poi Bentancur, la cui scelta fu lui a consigliare (faceva parte di un gruppo di giovani che il River Plate aveva spedito in cambio di Tevez: è rimasto solo lui) e che ha sempre ritenuto un centrocampista completo, affidabile, duttile, utile e addirittura fondamentale, purché non lo si caricasse della responsabilità del comando, come invece hanno cercato di fare Sarri e Pirlo. Con Allegri, Bentancur ha due compiti essenziali: pressare e inserirsi, e non è un caso che lo si veda spesso in area a cercare il gol, come è successo con la Roma.

Il pupillo De Sciglio

De Sciglio si può dire che sia il suo pupillo: lo lanciò diciottenne in Champions League nel Milan (2011), ne caldeggiò l’acquisto (a cifre assai ragionevoli: 12 milioni) sei anni dopo, quando sembrava caduto in disgrazia, e ne ha preteso la conferma quest’estate, dopo il rientro dal prestito al Lione. Sa che il suo tallone d’Achille sono i muscoli vulnerabili, ma anche di potersi fidare ciecamente quando lo schiera a sinistra o a destra, più arretrato o più avanzato. E solo con Allegri, De Sciglio ha raggiunto certe vette di rendimento. Al terzino somiglia in qualche modo Kean, anche lui lanciato da Allegri giovanissimo (16 anni e 9 mesi) e poi rivoluto dopo qualche stagione un po’ così.

Il lavoro su Bernardeschi

Un discorso a parte merita Bernardeschi, calciatore di qualità spiccate e carattere delicato (“è troppo sensibile”, hanno detto di lui gli allenatori), talento irrisolto, pedina di difficilissima collocazione. Con il primo Allegri ha toccato la vetta più alta della sua carriera, la prestazione monstre nel 3-0 di Champions all’Atletico Madrid, prima di perdersi in mille equivoci tattici e agonistici, che hanno cercato di risolvere invano tanto Sarri (il quale lo voleva impostare da centrocampista puro) quanto Pirlo. In fondo, soltanto Mancini ne ha saputo cavare il meglio. Allegri ha avuto fiuto: ha preso per la coda l’entusiasmo generato dall’Europeo e ha cercato di alimentare la fiducia nutrita dal ct, approfittando della congiuntura psicologica favorevole per liberare la testa di Bernardeschi da tutte le insicurezze che ha, e che di rado in campo sa nascondere. Ha lavorato di psicologia, gli ha chiesto poco (un onesto faticare in fascia, per lo più) e lo ha elogiato molto, portandoselo dalla sua parte e di conseguenza rendendolo gradito anche al pubblico, che a fischiare Bernardeschi ci aveva fatto l’abitudine. Adesso arrivano applausi, lui si sente un po’ meno sotto esame ed è il primo a sacrificarsi per la trincea comune. Dove porterà tutto questo, è presto per dirlo. Ma Allegri ha un manipolo dalla sua: rispetto a Sarri e Pirlo, è già un vantaggio.

Fonte Repubblica.it

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