Juventus, alla ricerca dell’identità perduta: Allegri fa il camaleonte, ma potrebbe non bastare

TORINO – Nella faticosa ricerca di una fisionomia e in questa navigazione lenta e lontana dalle sponde dell’alta classifica, Allegri sta cercando di restituire alla Juventus le sicurezze di un tempo. Di sicuro ha sistemato la difesa, visto che nelle ultime cinque partite ha incassato un solo gol, mentre nelle sette precedenti ben dieci: questo può essere ormai catalogato come un punto fermo. E in assenza di una definizione tattica precisa, l’allenatore sta decisamente puntando sul camaleontismo, strategia che ha funzionato nelle partite più recenti.

I cambi in corsa

Allegri è da sempre ritenuto uno specialista della correzione delle partite in corso d’opera, nonché delle mossa e sorpresa nella formazione iniziale. Nelle prima fase della stagione sembrava che avesse perso il tocco ma ultimamente ha ricavato il massimo, nel grigiore di gioco che la Juve esprime, proprio grazie alla bidimensionalità della squadra e alla sua capacità di farla cominciare in un modo e finire in un altro.

Kulusevski e Dybala i primi gol dalla panchina

Dopo che per dieci gare nessun cambio era risultato decisivo, ad eccezione del derby con il Torino, nelle ultime due il risultato è stato deciso da chi è entrato dalla panchina: Kulusevski a San Pietroburgo e Dybala a San Siro, dove la Juve ha cominciato con un modulo (3-5-2) e finito con un altro (4-2-3-1), applicando una strategia pianificata in sede di preparazione del match: gli ingressi di Chiesa e Dybala erano previsti e Allegri sapeva che con loro l’ultima mezz’ora sarebbe stata diversa dalla prima anche se il risultato fosse stato differente perché, senza la necessità di recuperare, Chiesa avrebbe fatto la punta pura da lanciare in contropiede e Dybala ne sarebbe stato la fionda, in una sorta di 4-4-1-1. Il derby è stata la partita nelle quale le modifiche tattiche, in quell’occasione applicate già durante l’intervallo, sono state più incisive ed efficace. Ma anche contro il Chelsea la struttura della squadra è stata modificata a gara in corso, così come a San Pietroburgo, dove non è cambiato il modulo ma la sua interpretazione.

Una squadra sul filo del rasoio

Rimane il dubbio, certo, che Allegri sia costretto a cambiare perché le scelte iniziali non sono corrette, come è parso a San Siro. La realtà è che la Juve non ha un’identità e una struttura di gioco precise e dunque mira, in pratica, ad arrangiarsi di volta in volta, sfruttando anche l’ampiezza dell’organico per mantenere la freschezza grazie al turn over. Alla saldezza della difesa, Allegri punta ad aggiungere le mosse (a San Siro, prima la marcatura di Kulusevski su Brozovic e poi il ricorso ai due talenti freschi di Chiesa e Dybala) in grado di modificare con piccole scosse l’andamento della partita. È una strategia altamente speculativa, che finora ha funzionato perché gli episodi hanno il più delle volte girato a favore della Juventus, di fatto costretta a muoversi sempre sul filo del rasoio. È chiaro che non basta. Ma Allegri sa di non poter pretendere troppo da una rosa resa difettosa dalle operazioni di mercato dal 2018 in avanti.

Tra le riserve, un tesoro da centinaia di milioni

E tuttavia, quello bianconero resta di gran lunga l’organico più ricco della serie A: chi altri può permettersi di tenere in panchina Arthur, De Ligt e Chiesa, vale a dire acquisti recenti per oltre 200 milioni di euro, o il suo giocatore più prestigioso, Dybala?

Confronto in rosso

Allegri continua a dichiararsi soddisfatto dell’andamento della squadra, ma intanto la sua Juve marcia più lentamente di quella di Pirlo, che a questo punto della stagione aveva due punti in più, una classifica migliore (era quinto) e un ritardo più contenuto dal vertice (sei punti). Aveva anche Ronaldo, è vero, ma già un anno fa in molti, all’interno della Juve, erano ormai convinti che Cristiano togliesse più di quanto desse, sulla falsariga di quanto sta accadendo al Manchester United, del tutto destrutturato dall’arrivo del portoghese. Allegri aspetta che arrivi la sosta di novembre per fare un primo bilancio della stagione. Nel frattempo, ha trovato il modo di ottenere risultati anche  in assenza di gioco, ma esaltando la strategia del trasformismo.

Fonte Repubblica.it

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