Inter, compratore cercansi: ma da due anni nessuno fa sul serio

Al momento stai visualizzando Inter, compratore cercansi: ma da due anni nessuno fa sul serio

Inter, compratore cercansi: ma da due anni nessuno fa sul serio

MILANO – Ammiccamenti, abboccamenti, qualche approccio più o meno convinto. Ma che abbia fatto sul serio, per ora, nessuno. Sono passati venti mesi, quasi due anni, da quando il fondo BC Partners ha fatto la prima (e finora unica) approfondita due diligence sui conti dell’Inter, passaggio necessario per l’eventuale acquisizione del club, come per l’ingresso di un nuovo socio di minoranza. Tanto Goldman Sachs, in via ufficiale, quanto diversi studi legali, spesso di propria iniziativa, sono in cerca di qualcuno pronto a mettere soldi per prendersi la società. Qualcosa si muove, soprattutto sull’asse Milano-New York, ma nessuno – né gestori di fondi né imprenditori – è arrivato al punto da volere davvero spulciare i documenti contabili. Potrebbe essere solo questione di tempo. L’Inter brucia dieci milioni di cassa ogni mese, e l’avvio dell’iter per la costruzione del nuovo stadio di San Siro dovrebbe ingolosire nuovi investitori. Così, nonostante Suning per via indiretta continui a ribadire di volere rimanere in controllo del club, non è affatto scontato che lo farà ancora a lungo. Anzi.

La politica in Cina

Il prossimo 16 ottobre si apriranno i lavori del congresso del partito comunista cinese, in cui Zhang Jindong, patron di Suning e padre del presidente interista Steven, riveste e ha rivestito ruoli importanti. Già consigliere economico del presidente Xi Jinping, ora in cerca di conferma, Zhang senior è stato eletto nel 2018 nel Congresso nazionale del popolo. In pratica, è parlamentare. Allo stato non è chiaro se l’indicazione del partito di non investire all’estero, espressamente rivolta ai “funzionari di rango ministeriale”, valga anche per chi ha un ruolo nelle assemblee legislative. È possibile che in sede congressuale il punto sarà chiarito. Di certo, dopo un quinquennio cominciato nel 2015 in cui il governo ha sostenuto gli investimenti cinesi nel calcio  mondiale, nel 2020 c’è stato un cambio di rotta. Un documento che dettava le linee guida sugli investimenti nel pallone – e che ha vietato fra l’altro di dare ai club il nome delle aziende che li sponsorizzano – definisce “affaristi e avventurieri” gli imprenditori del calcio straniero. Zhang sarà quindi costretto a vendere l’Inter per ragioni politiche? Lo sapremo, forse, a inizio novembre, quando le due settimane di congresso si saranno concluse.

I guai di Steven a Hong Kong

Sempre dalla Cina rimbalzano le notizie delle grane di Steven Zhang con le banche. Lo scorso luglio, il presidente dell’Inter ha infatti perso una causa al tribunale di Hong Kong, che lo obbliga a pagare 255 milioni di dollari che si era impegnato a versare nel 2020 con la sua Great Matrix Ltd per concludere un’operazione con la China Construction Bank. Zhang, nel tentativo di non pagare, ha sostenuto che le firme in calce ai documenti relativi al finanziamento non fossero sue. Una circostanza smentita dai periti nominati giudice dell’Alta Corte, Anthony Chan, secondo cui “non c’è dubbio che Zhang abbia partecipato al finanziamento del progetto, dando garanzie personali”, come si legge nel provvedimento, in cui si precisa: “Il tentativo di Zhang di prendere le distanze ha scarso merito”. China Construction Bank ha promosso una causa civile a Milano chiedendo che sia invalidata la rinuncia del 2019 da parte di Zhang a prendere lo stipendio come presidente dell’Inter, di modo poterne poi chiedere il pignoramento. L’udienza milanese è fissata per il prossimo marzo. Intanto, altri creditori si preparano a chiedere conto a Suning di debiti non saldati, fra cui Guangdong Huaxing Bank e Bank of Shanghai, come riporta il quotidiano South China Morning Post.

L’abbandono dei tifosi

Zhang fra il 2015/16 e il 2020/21 ha pompato nelle casse dell’Inter 553 milioni, quasi sempre nella forma del prestito soci. Erano i tempi in cui, uscito dalla cena di Natale con giocatori e dirigenti, tuonava: “Schiacceremo tutti!”. Insomma: fin quando ha potuto ha speso, e tanto. Ma con il Covid la musica è cambiata. Nell’ultimo biennio, il presidente ha sostenuto il club ricorrendo al debito. La proprietà dell’Inter ha prima rifinanziato un vecchio bond per 415 milioni (nuova scadenza: 2027), che grava direttamente sulla società, poi ha ottenuto un nuovo finanziamento, che pesa invece sulla controllante lussemburghese, per 275 milioni. A garantirlo è stato il fondo Oaktree, che in cambio ha preteso il pegno sul pacchetto di maggioranza delle azioni. In parallelo, dopo sessioni di mercato esaltanti, Zhang ha imposto ai manager nerazzurri di mettere in cassa più di quel che spendevano in ogni finestra di scambi. Risultato: via Hakimi e Lukaku. Una politica mal sopportata dai tifosi, soprattutto in questo avvio di stagione in cui i risultati sportivi languono. Così, al rientro in Italia dopo un periodo passato negli Stati Uniti (alla ricerca di investitori?), Zhang ha trovato a Milano gli striscioni degli ultrà interisti che lo invitano ad andarsene. Lo stesso messaggio è ripetuto per migliaia di volte sotto i suoi post su Instagram, e sul sito web “L’urlo della nord”, espressione della curva.

Il bilancio di una gestione

A ben vedere, i tifosi interisti a Zhang dovrebbero essere grati. Il giovanissimo presidente, che tre anni fa parlando alla Bocconi ha candidamente ammesso di non avere “mai visto una partita prima di acquistare l’Inter”, ha anzitutto portato il club fuori dalle sabbie mobili del settlement agreement Uefa. Ha poi ingaggiato Spalletti in panchina e soprattutto Beppe Marotta come amministratore delegato dell’area sportiva. Grazie a investimenti notevolissimi, nella stagione 2020/21 ha riportato lo scudetto alla Milano nerazzurra, con Antonio Conte come allenatore, centrando l’anno successivo gli ottavi di Champions, che mancavano da oltre un decennio. Sempre nella passata stagione, con Simone Inzaghi subentrato a Conte, l’Inter di Zhang ha vinto la Coppa Italia e la Supercoppa italiana, perdendo lo scudetto al fotofinish, in volata col Milan. Com’è possibile allora che i tifosi lo contestino?, verrebbe da chiedersi. Chiunque conosca le dinamiche del tifo, milanese soprattutto, sa che funziona così da sempre: appena il proprietario di un club smette di buttare soldi a manciate, gli si chiede di fare da parte. Significativi gli striscioni che la curva sud milanista rivolgeva a Berlusconi nei suoi ultimi anni milanisti: “Silvio, o spendi o vendi”. Detto a uno che, fra le altre cose, aveva vinto cinque Coppe dei campioni. La Milano del calcio è così: la patria del “grazie, ma ciao”.

Fonte Repubblica.it

0 0 votes
Valutazione dell'articolo
Tienimi aggiornato
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments