Il soft power di Mourinho, che ti fa venir voglia di mangiare per terra

Mou fa soft power e non lo sa. O forse sì. Gli riesce? Decisamente sì. Lo guardi cenare da solo, fresco di partita vinta ma sofferta contro il Cagliari, nella sua ultima foto su Instagram, e prima di ogni cosa t’imbaboli, poi desideri, poi speri, poi, ancora, ti scuoti, riscuoti e pensi: come ho potuto battagliare per riavere le cene al chiuso, come ho potuto non approfittare, negli ultimi 100 giorni prima del Green Pass, per mangiare per terra, sulle scale, negli ascensori, sui cofani delle macchine, sulle Vespe 50 Special, sui manubri, come ho potuto preferire le sedie, le tovaglie, le prenotazioni (maledette prenotazioni, ridateci la vita sprenotata o non sarà mai più Occidente)? Guardi Mou sui gradini di cemento armato, in un angolo che sembra una quinta teatrale – e infatti s’intravvede anche qualcuno, sullo sfondo, anzi la gamba e lo scarpino di qualcuno, un cinematografico maschio della sicurezza, un bodyguard (un boyguard!), che aprirebbe un’altra narrazione ancora, se non fosse che in primo piano c’è Mou e allora tutto scompare. Lo guardi e pensi: voglio che come lui siano i sindaci, i professori, i ministri, i ristoratori e praticamente tutti quelli che di mestiere apparecchiano sfide che servono a rendere il mondo migliore, possibilmente più felice, talvolta persino esultante. Finisce la partita e lui mangia per terra, da una vaschetta di stagnola per fuorisede, perché non può andare in camerino – e lo scrive anche nella didascalia, e sta là parte del suo soft power che è soft education: se non puoi star dentro, stai fuori, seduto composto, in una tuta che sembra un abito, e non sbraiti, non pretendi la tavola imbandita, ti godi l’aria aperta e ti diverti pure.

Mou mangia nel retro come in Lilli e il Vagabondo, e lui è il Vagabondo senza Lilli, figuriamoci se può aspettare lei, se può aspettare qualcuno, perché mangiare è importante, è il premio migliore, e Mou da quando è alla Roma lo ha sottolineato in un altro paio di epiche foto, metà affresco e metà selfie, foto che dicono molto della solitudine del leader, che però come ogni solitudine può concedersi i suoi spassi, i suoi giochi, i suoi strappi. Mou mangia sugli scalini come Patsy in C’era una volta in America, quando porta la meringata alle fragole a Peggy, prostituta, per pagarla, ma lei gli dice di aspettare e lui, mentre aspetta, guarda la meringata e le cede, prima piano, un pezzettino, un dito di panna, poi non resiste più e la mangia, la divora, ci si tuffa dentro e ciao Peggy, ciao amore ciao, meglio mangiare un dolce che spogliarti eccetera eccetera, mi tengo ancora un po’ d’infanzia, grazie.

È sempre meglio mangiare: Roma, su questo, ha costruito una carriera che poi è diventata retorica, quindi qualcosa di insopportabile, una scusa, un alibi poco credibile, un fatto imperdonabile. Soltanto a Mou poteva riuscire di ripristinare la sofficità di quella carriera, di farti venire ancora voglia di perdonare Roma per tutto quanto, perché soltanto a Roma puoi mangiare all’aperto, nel retro, da allenatore dei miracoli, in una delle tante sere dei miracoli, tutte uniche, che questa città ancora regala.

Che uomo meraviglioso – non gli si può dare un assessorato? Grazie.

Fonte Repubblica.it

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