Il realismo di Allegri: la Juve prigioniera dei suoi limiti

TORINO – La parola fallimento rimbalza tra social, chat e tavolini dei bar, i tifosi se la palleggiano rischiando l’accusa lanciata da Allegri a eliminazione ancora calda: «Parlare di fallimento è disonestà intellettuale». Per lui, infatti, che la Juventus esca agli ottavi di finale è nell’ordine delle cose, è un’eventualità, è il limite che misura il valore di una squadra sbagliata (ma costosissima e comunque zeppa di elementi di caratura internazionale) e che lui è ancora lontano dal correggere, nonostante un acquisto da superpotenza come Vlahovic. Se dice che «ai ragazzi non posso rimproverare niente», è perché ritiene che il livello della rosa sia questo: non inferiore ma nemmeno superiore alla categoria del Villarreal.

Allegri si sente in linea con i programmi e le possibilità: è vicino all’obiettivo minimo stagionale, il quarto posto in campionato e il superamento della fase a gironi in Champions, probabilmente lotterà per lo scudetto fino all’ultimo ed è in semifinale di Coppa Italia con un gol di vantaggio. Sono briciole rispetto alle razzie di qualche tempo fa, «ma non è che vinciamo solo perché ci chiamiamo Juventus». Chiamarsi Juventus può casomai distorcere, sempre nell’ottica dell’allenatore, certe valutazioni e gonfiare surrettiziamente il valore della squadra che invece, in definitiva, è quello che è e quello che sta dimostrando: «Io sto sempre con i piedi per terra e valuto quello che ho in mano». E comunque, «prima di farci il funerale aspettate».

Il realismo di Allegri: la Juve prigioniera dei suoi limiti
Allegri dopo l’eliminazione col Villarreal (afp)

Di sicuro non è arrivata nessuna autocritica, come se farsi cacciare dall’Europa da una squadra inferiore fosse ormai la normalità. Lo stesso capitò un anno fa con Pirlo, la cui eliminazione fu però meno brusca e senz’altro più episodica: nel 3-2 col Porto molto incise il caso, mentre il Villarreal sembrava la Juve di Allegri dei bei tempi e infatti Max ne ha parlato con un misto di ammirazione e invidia, quasi Emery gli avesse rubato l’idea: «La sua intenzione era di portare la partita fino ai supplementari o sfruttare l’episodio, che poi c’è stato». È la strategia che Allegri porta avanti (pazienta e cogli l’attimo), che in campionato sta pagando ma che in Europa non rende mai: è anche per questo che la stagione della Juve appare se non fallimentare almeno deludente, visti i risibili progressi sul piano di gioco e i regressi, rispetto a Pirlo, su quello dei risultati.

Allegri ha l’alibi degli infortuni, che gli hanno tolto la possibilità di sfruttare a fondo la panchina lunga come lui sa fare molto bene, però mercoledì Emery ha avuto il coraggio di provare a vincere la partita entro il 90’ e ha mandato in campo l’uomo della differenza e della provvidenza, Gerard Moreno, in tempo utile per incidere, mentre Max traccheggiava pensando evidentemente ai supplementari ed è ricorso ai suoi tre talenti in attesa — Dybala, Kean e Bernardeschi — soltanto nel momento della disperazione. Sono anche questi i dettagli che hanno fatto la differenza, ma d’altronde sono le situazioni che punteggiano le stagioni recenti della Juve: gli ultimi titoli sono arrivati per inerzia, quasi fossero residui della scia del decennio di dominio, ma poi la società s’è persa in strategie disastrose sul piano tecnico ed economico. Nell’ottobre del 2019, Agnelli pregustava il sorpasso al Bayern nel ranking Uefa («Siamo quinti e ragionevolmente lo scavalcheremo al quarto posto»): oggi la Juve è ottava e il Bayern primo, senza aumenti di capitali, senza problemi di bilancio, senza brame di Superlega. Il fallimento riguarda quest’arco di tempo più che la stagione in corso.

Il realismo di Allegri: la Juve prigioniera dei suoi limitiFonte Repubblica.it

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