Il Milan e lo scudetto: bomber, portieri tenori e fuoriclasse. Il trionfo nel Dna

MILANO – Il pallone racconta che il primo titolo vinto dal Milan, nel maggio del 1900, fu la Medaglia del re. Era messa in palio nel nome di Umberto I, che un paio di mesi dopo sarebbe stato assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Si giocò all’Arena e in quel triangolare rustico la squadra fondata il 16 dicembre 1899 dall’inglese Herbert Kilpin (in campo da leader) sconfisse prima il Mediolanum per 2-0 e in finale la Juventus, il 27 maggio 1900, con lo stesso punteggio. Centoventidue anni dopo, maggio resta il mese delle vittorie, perché il calendario fissa qui l’epilogo di campionati e coppe.

Allison goleador: quando non esisteva il fuorigioco

L’eventuale e non improbabile diciannovesimo scudetto non sembra avere ovviamente troppe analogie con quel calcio dei pionieri, in cui il goleador Allison, secondo il racconto dello stesso Kilpin che era suo compagno d’attacco, segnava tantissimo anche perché non era stato ben codificato il fuorigioco: si appostava vicino alla porta e colpiva. Oggi, col Var, è un po’ più complicato. Complicato, del resto, è anche vincere gli scudetti, infatti Paolo Maldini ha spiegato che è bene non lasciarsi sfuggire l’occasione, perché “al Milan capita una volta ogni dieci anni”. In realtà la media, se la squadra domenica a Reggio Emilia supererà l’ultimo ostacolo, sarà più o meno di uno ogni sei anni e mezzo. Ma la storia rossonera mostra più di qualche corso e ricorso storico, a cominciare dalla frequente presenza di calciatori stranieri decisivi, nella riuscita miscela con gli italiani che ha sempre per lo più caratterizzato i centoventidue anni del Milan. Leao, Hernandez e Maignan hanno avuto fior di predecessori.        

Un cantante lirico in porta

Così come nella formazione tipo di Pioli gli italiani sono soltanto due, Calabria e Tonali, tra i pionieri che vinsero il titolo nel 1901 gli stranieri erano ben sette: quattro inglesi capitanati da Kilpin e tre svizzeri. Poi la percentuale si abbassò, anche se nella rosa del successo del 1906 c’era un olandese precursore di Van Basten, Gullit e Rijkaard – il portiere Knoote, cantante lirico che non scendeva in campo se pioveva, per non rovinarsi l’ugola – e anche se nel 1907 il tedesco Mädler segnò tre gol.

La genialità di uno Schiaffino

Il quarto scudetto arrivò nel 1951 e straniero era l’allenatore, l’ungherese globetrotter Lajos Czeizler, che portò dalla Svezia Nordahl e Liedholm, affiancandoli a Gren nel leggendario Gre-No-Li. Il filone ungherese rispunta nello scudetto del 1955, ma non fino in fondo. Bela Guttman, che avrebbe poi guidato il Benfica di Eusebio alla conquista della Coppa dei Campioni, figura tra gli innovatori tattici del calcio moderno per il 4-2-4, però fu rimpiazzato, malgrado il primo posto alla diciannovesima giornata, dall’uruguaiano Puricelli, altro nome famoso del calcio di quegli anni. In quella squadra il presidente Andrea Rizzoli volle dal Peñarol di Montevideo il più grande calciatore uruguaiano, il sublime centrocampista campione del mondo Juan Alberto Schiaffino, cantato da Paolo Conte in Sudamerica (“…la genialità di uno Schiaffino”): l’analogia con le campagne acquisti di Silvio Berlusconi è chiara. Furono determinanti il portiere Lorenzo Buffon e il difensore Cesare Maldini, arrivato dalla Triestina: il primo capitano del Milan campione d’Europa nel 1963 e padre di Paolo: l’inizio della dinastia.

L’invenzione di Gipo Viani e la gradezza di Nereo Rocco

La tendenza a portare allenatori maestri di tattica si conferma per il Milan con l’ingaggio del veneto Giuseppe Viani detto Gipo, inventore del cosiddetto Vianema, una variante del Catenaccio, e artefice in panchina del sesto scudetto nel ’57, nonché da direttore sportivo della Coppa Campioni del ’63. Più dell’acquisto dell’ala argentina Tito Cucchiaroni dal Boca Juniors si rivelano fondamentali quelli dalla Roma di Carlo Galli, voluto da Viani nello scambio con Nordahl, e di un altro attaccante neoarrivato: Gastone Bean, passato dalle giovanili rossonere al Piacenza in serie C e poi tornato per essere lanciato in prima squadra e per segnare gol decisivi (17). Galli e Bean giocheranno dapprima in alternanza, poi insieme: prove d’orchestra in attacco, proprio come in questa stagione diretta da Pioli verso un offensivismo ponderato.

Altafini e il dna offensivista

L’offensivismo ponderato attuale si concretizza già in occasione del settimo scudetto, che alla scrivania Viani e in panchina il milanese Luigi Bonizzoni detto Cina per il taglio d’occhi ottengono nel 1959. Mai come in questo caso la vittoria viene simboleggiata principalmente da un giocatore: il brasiliano Josè Altafini, fresco di titolo mondiale con la Seleçao nel 1958, che dal Palmeiras approda al Milan e in campionato segna 28 gol. Quel reparto d’attacco, con Galli, Schiaffino, Altafini, Grillo, Danova e lo stesso Bean a distribuirsi gol e assist indica un inconfondibile dna.

Tonali e Lodetti: prototipi lodigiani. La leggenda Nereo Rocco

Lo scudetto numero otto, quello del 1962, è tra i più rilevanti storicamente, perché costruisce il Milan europeo, con due capisaldi come Nereo Rocco, allenatore eponimo, e Gianni Rivera, che si afferma a 19 anni come principale talento del calcio italiano. Italiano è lo stile di quella squadra e italiani sono i pilastri: oltre a Rivera, i due futuri commissari tecnici Cesare Maldini e Trapattoni, il futuro demiurgo del Torino campione d’Italia 1976 Gigi Radice, il difensore Salvadore cresciuto nelle giovanili e già nella rosa dello scudetto del 1959, il portiere Ghezzi. Ma accanto ad Altafini è decisivo anche un altro brasiliano: Dino Sani, che a novembre avvicenda l’inglese Greaves, attaccante forte quanto indisciplinato e per questo presto in attrito con Rocco. Che nel 1968, tornato dopo una parentesi di quattro stagioni, sarà di nuovo lo stratega di uno scudetto, il nono. Rivera è vicino al primo Pallone d’oro per un calciatore italiano: lo vincerà nel 1969 e sarà l’inizio del duraturo legame tra i calciatori del Milan e il premio al migliore dell’anno (anche se all’epoca riguardava solo i calciatori europei). Gli altri nomi non sono banali nella storia della serie A e non solo, a cominciare da Pierino Prati, punta ventunenne sbocciata al gol: Cudicini, Schnellinger, Anquilletti, Rosato, Malatrasi, Sormani, Hamrin, Trapattoni e Lodetti, il gregario di Rivera  capostipite della scuola dei grandi mediani in rossonero, che Benetti e Gattuso rappresenteranno al vertice. Lodetti è nato nel lodigiano come Tonali: si possono entrambi considerare prototipo di un certo tipo di centrocampista, nelle rispettive epoche, determinante per la scalata al vertice.

La stella di Rivera e Baresi         

La lunga parentesi tra uno scudetto e l’altro, di cui parla Paolo Maldini, è l’intervallo tra il nono del 1968 e quello della stella, nel 1979: c’è la stessa distanza (11 anni) che può essere oggi colmata da Pioli. L’artefice di quel titolo storico fu Liedholm, altro precursore di strade tattiche inesplorate con la sua zona e la sua ragnatela. Quello scudetto non fu spettacolare, la riapertura ai calciatori stranieri in serie A sarebbe stata ratificata solo nell’estate del 1980. Ma il Milan autarchico di Albertosi, Bigon, Maldera, Collovati, Novellino, De Vecchi, Buriani, Chiodi, Antonelli si gustò comunque il successo, contrassegnato dalla staffetta ideale tra due simboli: Gianni Rivera, che smetteva e fece in tempo a partecipare da attore protagonista all’ultima recita, e Franco Baresi, il semidebuttante che a 19 anni (è nato l’8 maggio 1960, 40 anni esatti prima di Tonali) vinse il campionato da libero titolare.

Gli alchimisti Sacchi e Capello

Baresi sarebbe poi diventato il fulcro della straordinaria difesa dell’alchimista per definizione Arrigo Sacchi, il visionario capace di aprire con la linea Tassotti-Baresi-Filippo Galli-Maldini e con un giovane Costacurta il famoso ciclo vincente internazionale. Durante il quale sarebbero arrivati i più grandi campioni setacciati sul mercato dalla coppia Galliani-Braida e sei scudetti, ciascuno contrassegnato da un allenatore e dal marchio del talento: nel 1988 Sacchi con Gullit, Donadoni, Ancelotti e poi, per quattro volte, il pragmatista Capello, capace di miscelare classe e tattica. 1992: Van Basten e Albertini. 1993: Papin e Rijkaard, ma un po’ anche il primo Savicevic. Che nel 1994, l’anno del trionfo in Champions ad Atene col Barcellona, sommerà 20 presenze importanti quanto i gol di Massaro e l’intuizione di Desailly, difensore plasmato centrocampista da Capello davanti a una difesa abbastanza imperforabile: 929 minuti e il record d’imbattibilità di Sebastiano Rossi e anche questo ricorda la notevole fase difensiva di Pioli nel girone di ritorno. Intanto irrompe sulla scena il limpido gioco di Boban. Per il quarto scudetto di Capello, il quindicesimo del club nel 1996, è ancora fondamentale l’equilibrio tattico, anche perché c’è da sostenere un attacco prodigioso quanto poco incline alla copertura: il centravanti George Weah, futuro Pallone d’oro e attuale presidente della repubblica di Liberia, il Pallone d’oro 1993 Roberto Baggio e Savicevic. L’alchimia dello scudetto 1999, stagione in cui il Milan non parte certo favorito dopo due stagioni mediocri a metà classifica, porta a un insperata vittoria nell’anno del centenario. La firma in panchina Alberto Zaccheroni, creatore di un’Udinese europea, che adatta la squadra a una struttura con meno stelle del solito e lancia Abbiati in porta. Il centravanti tedesco Bierhoff soprattutto, ma pure il danese Helveg, l’argentino Guly e la punta di rincalzo Ganz risultano preziosi, anche se poi l’ossatura classica Maldini-Costacurta-Albertini-Ambrosini (con la partecipazione speciale di Weah) a fare virare la stagione verso l’epilogo di successo. E anche se è la fantasia di Boban a scrivere il finale vincente.

Ancelotti e Allegri, apice e crepuscolo dell’era Berlusconi

Qualche traccia di gregariato c’è in fondo anche nel Milan di Pioli, in cui la maggioranza dei giocatori, anche per la giovane età, non ha ancora vinto titoli in carriera. Invece le rose degli ultimi due scudetti, il diciassettesimo e il diciottesimo,  erano infarcite di nomi illustri e rappresentano l’apice e il crepuscolo del ciclo Berlusconi. Ancelotti vince nel 2004 con una squadra formidabile, che lui gestisce con il famoso schema ad albero di Natale, per fare coesistere tutti i migliori. I nomi di Dida, Cafu, Nesta, Maldini, Pirlo, Gattuso, Seedorf, Kakà, Rui Costa, Shevchenko, Inzaghi a mezzo servizio per infortunio, Serginho e Pancaro in alternanza e Tomasson jolly del gol sono eloquenti. Nel 2011 Allegri sa sfruttare al massimo una rosa arricchita dall’arrivo di due attaccanti di alto livello internazionale come Ibrahimovic e Robinho (a gennaio sarà la volta di Cassano), che segnano insieme al fragile ma talentuoso brasiliano Pato 42 gol (14 per ogni componente del terzetto). Oggi Leao, Giroud-l’intramontabile Ibra e Rebic ne sommano 30. Ma i goleador della stagione sono per ora sedici ed è questo, a ben vedere, il segreto del primo posto di Pioli: l’ultimo innovatore di una lunga catena che parte proprio dal calcio degli innovatori per antonomasia: i pionieri.  

Il Milan e lo scudetto: bomber, portieri tenori e fuoriclasse. Il trionfo nel DnaFonte Repubblica.it

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