Il Milan e il fattore Ibrahimovic, tra un ginocchio ballerino e l’ansia del ritiro

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MILANO – Siccome Leao balbetta sotto porta e Kessié separato in casa ha smarrito il passo vincente in area, il Milan vorrebbe aggrapparsi ai due che nello scorso campionato segnavano con più facilità: Ibrahimovic e Rebic. Solo che ci sono sempre più raramente, tenuti fuori dai loro guai fisici. E se nel caso di Rebic l’assenza quasi cronica è un intoppo, in quello di Ibra diventa un presagio: a 40 anni il rischio del ritiro è un’eventualità da prendere in considerazione.

Le assenze croniche

L’eterno campione ha abituato i suoi tifosi a formidabili recuperi. Appare perciò azzardato considerarlo fuori causa o addirittura prossimo all’addio al calcio. La riapparizione venerdì col Genoa non è da escludere, per uno che ha saputo perfino ritrovare la Nazionale svedese, dopo 5 anni e mezzo: con lui conviene non dare mai nulla per scontato. Mai come stavolta, però, i dubbi sul futuro della sua carriera sono legittimi. E la natura delle sue soste accentua le incognite. I problemi, infiammazioni tendinee incluse, nascono dal ginocchio sinistro, operato al legamento crociato nel 2017 quando giocava nel Manchester United e rioperato nel giugno 2021 per una pulizia dell’articolazione. La formula “sovraccarico del ginocchio” è indicativa. Significa che il periodico fastidio gli può impedire di restare nel gruppo, come è appunto capitato prima della trasferta di Torino. Significa che lo obbliga a terapie costanti per potere giocare e che comunque limita la sua autonomia in campo. Anche per mezz’ora o meno Ibra sa essere ancora determinante e lo dimostra: tira sempre in porta, fa sponde per i compagni o apre spazi impensabili. Avrà voglia di continuare per un’altra stagione?

Il nodo finale: sentirsi ancora decisivo

Il tema lo ha messo sul tavolo lui da pochissimo tempo, prefigurando lo scenario di quando sarà costretto a lasciare e rivelando l’angoscia, addirittura il panico, al solo pensiero. Al di là del classico anche letterario – il crepuscolo di ogni idolo dello sport – qui c’è un grado di consapevolezza accentuato dal percorso, già iniziato, da una fase della vita all’altra. Soprattutto durante il suo periodo americano nella Mls, Ibrahimovic è diventato anche imprenditore, uomo immagine di se stesso, conferenziere nelle università, con successo quasi pari a quello sportivo. Nel ritorno in Europa ha continuato a coltivare il doppio ruolo. Ma è sbagliatissimo immaginarlo già nella seconda vita, come ospite fisso del Festival di Sanremo o pubblicitario a tempo pieno e finanziatore di una startup del fitness o come dirigente di un club, che sia il suo Hammarby o il Milan, magari in veste di ambasciatore. Ibra resta per ora innanzitutto un atleta: è da lì che tutto parte, dalla volontà di sentirsi ancora decisivo.

Il futuro da dirigente: è ancora presto

Le delusioni non lo hanno mai scalfito, nemmeno l’ultimo Mondiale mancato con la Svezia. Essendo un tipo pragmatico, come dimostra pienamente la scelta di rinunciare ad esempio alle cene di squadra coi compagni a volte di vent’anni più giovani, perché non si sentirebbero a loro agio, indica la capacità di mettere il gruppo in cima alle priorità. Non è una frase fatta quella sul suo ruolo di trascinatore e motivatore, dentro e fuori dal campo, cioè spesso a bordocampo, per non parlare degli allenamenti. Però la questione oggi non è capire se avrà voglia di affrontare da chioccia dichiarata o da jolly alla Altafini, da inserire nel finale, l’estremo anno di carriera, magari per battere altri record e per segnare il famoso gol in Champions da veterano. La questione è che Ibrahimovic, anche a mezzo servizio, può essere fondamentale per lo scudetto.

Origi, Scamacca e le tentazioni di mercato

Lasciare con l’ultimo titolo non è l’ossessione più forte. L’ossessione intanto è vincere, il resto si vedrà. Ibra sa bene che i suoi acciacchi hanno trasformato in titolare Giroud, veterano a sua volta, e sa altrettanto bene che Maldini e Massara devono pensare al futuro, all’obiettivo Origi, all’idea Scamacca, ai giovani talenti sul mercato internazionale. Ma a 40 anni conta di più il presente. Ibrahimovic si cura per cercare di essere davvero decisivo nelle ultime 6 giornate. L’attacco del Milan stenta e nella corsa allo scudetto non è un dettaglio: solo 3 gol segnati nelle ultime 6 partite, derby di Coppa Italia incluso, e per giunta uno appena firmato da una punta (Giroud, gli altri 2 sono stati del difensore Kalulu e del centrocampista Bennacer). Il contrappeso dell’eccellente rendimento della difesa – zero gol subiti nelle stesse 6 ultime partite – non compensa il dato sull’improvvisa afasia sotto porta: è difficile vincere il campionato, se si segna così poco. I balbettii dell’attacco hanno una spiegazione più evidente delle altre: i due attaccanti cardine della scorsa stagione, Ibrahimovic e Rebic, in questa sono loro malgrado comprimari, e non solo per numero di gol segnati (rispettivamente 8 e 2). Il punto è che, delle 41 partite finora giocate dalla squadra tra campionato, Champions e Coppa Italia, Ibra ne ha messe assieme solo 12 da titolare, Rebic appena 9.

L’endorsement di Juric

Il caso del campione quarantenne è quello più serio. Può sembrare un paradosso, visti l’anagrafe e l’affollamento nel reparto. Ma è concreto il rischio di non riuscire a vincere il campionato, senza i gol del prode Zlatan. Il quale, fino all’ultimo segnato in gennaio a Venezia prima dei ripetuti contrattempi fisici, aveva la media di un gol ogni 98 minuti. Il più grande incoraggiamento al Milan, nella corsa allo scudetto, è arrivato dall’allenatore che lo ha inchiodato al secondo 0-0 consecutivo. Juric ha spiegato che il suo Torino ha dovuto confezionare una partita capolavoro, per riuscire a bloccare la capolista sfiorando anche la vittoria, e ha eletto Pioli a geniale stratega, capace di cambiare continuamente tattica. Ma il voto a favore, da parte di uno tra i migliori tattici della serie A, postulava una premessa implicita: il gol. L’ossessione eterna di Ibrahimovic.

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Il Milan e il fattore Ibrahimovic, tra un ginocchio ballerino e l'ansia del ritiroFonte Repubblica.it

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