Il gol democratico, la Juve dopo CR7 alla prova di Mou

TORINO – Molto dipenderà dalla percezione che una squadra avrà dell’altra, perché da un paio d’anni la Roma è invariabilmente piccola con le grandi mentre la Juve in questo scorcio di stagione ha affrontato le grandi con le mentalità della piccola: una volta le è andata bene (Chelsea), una male (Napoli) e una così così (Milan), ma è chiaro che non può impostare il suo futuro continuando a speculare, elevando a sistema difesa e contropiede. Cambiare pelle già oggi sarà però complicato: Dybala, che ha una certa riluttanza a riprendersi dagli infortuni, è lontano dalla guarigione, mentre Morata può andare al massimo in panchina, come Abraham nella Roma.

E siccome in questo momento Allegri, indifferente al gossip (“Della mia vita privata non ho mai parlato e non intendo farlo: sono due cose che ho sempre diviso “), non nutre fiducia incondizionata in Kean e Kaio Jorge (che comunque piace) è ancora tenero, alla fine dovrà arrangiarsi con la coppia all’italiana che ha vinto in Champions, Bernardeschi più Chiesa, e dunque cercare gli spazi invece dell’arrembaggio. Se saranno in condizione, quattro di quelli tornati dai viaggi transoceanici giocheranno titolari (Danilo, Cuadrado, Bentancur, Mc-Kennie), altrimenti ci saranno degli aggiustamenti, Bernardeschi dovrà retrocedere a centrocampo e si aprirà uno spiraglio per Kean. La Juve è ancora una formazione che non può imporre sé stessa, sempre che non sia la Roma a concederglielo.

In definitiva, è una sfida tra due squadre che cercano ancora di capirsi. Il vuoto lasciato da Ronaldo è un falso problema: confrontando le prime sette gare di campionato e le prime due di Champions, rispetto all’anno scorso le manca solo un gol (16-15) e le reti sono più omogeneamente distribuite tra attaccanti, difensori e centrocampisti, che nella stagione passata non segnavano mai: è il segno di una maggiore collettività del gioco. Semmai il problema è del Manchester, che da quando ha comprato Cristiano ha perduto verve realizzativa, ma è un discorso che qui interessa poco.

“Noi dobbiamo pensare a fare un altro passettino in classifica, poi vedremo a novembre dove saremo” dice Allegri, che adesso ha nel mirino l’Inter e la stessa Roma, vale a dire la grande che più di tutte fatica a mantenere tale status: detto che allo Stadium ha perso 11 volte su 12, vincendo soltanto un match vacanziero di mezza estate, Mourinho (tenerissimo con Allegri: “Non posso dire che tra noi ci sia una grande amicizia, ma mi piace molto come persona”) è stato chiamato anche, o soprattutto, per trasmettere personalità a una squadra che ha il vizio della soggezione. Nel campionato scorso i giallorossi hanno vinto appena un confronto diretto su 12 perdendone 7, e dal 2019 si sono imposti, contro le prime sette, appena 6 volte su 37. La tendenza è stata confermata dal derby di tre settimane fa, quindi della Juve dovrebbero considerare più la classifica del nome: gli animi sarebbero più leggeri. Però accidenti che contropiede micidiale possono avere, le formazioni di metà classifica.

Fonte Repubblica.it

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