Il Clasico con il Barcellona vale il trono di Spagna, ma in Europa regna solo il Real Madrid

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Real Madrid e Barcellona viaggiano verso il Clásico di domenica con la calcolatrice in mano. Carlo Ancelotti conta i minuti, ovvero il tempo di gioco che quest’anno, con la cura certosina del bravo farmacista, sta dividendo fra i suoi uomini: usando il proverbiale savoir-faire, l’allenatore emiliano mette assieme l’esigenza dei vecchi draghi di non spremersi fin da ora in questa stagione da pazzi con quella dei giovani talenti di accumulare esperienza. Xavi (o meglio i dirigenti che gli stanno dietro) conta invece i soldi che gli stanno sfuggendo come sabbia da un pugno mal chiuso. Nel bilancio di previsione presentato domenica scorsa il Barcellona ha messo nero su bianco incassi e premi fino ai quarti di Champions, un mix di arroganza e imprudenza sul punto di saltare per aria, visto che all’Inter basterà superare il Viktoria Plzen (zero punti fin qui) a San Siro per aggiungersi al Bayern negli ottavi, relegando il Barça nell’assai meno facoltosa Europa League.

La spericolata strategia di Joan Laporta, il presidente dell’era-Guardiola tornato al club per salvarlo dopo il disastroso mandato di Bartomeu, è stata quella di vendersi robusti pezzi di futuro – percentuali dei diritti tv dei prossimi 25 anni – per dotarsi del denaro fresco indispensabile per ricostruire una squadra decotta. La scommessa, basata anche sul carisma tecnico di un’icona del barcellonismo come Xavi, era quella di centrare in fretta i risultati necessari per aumentare i ricavi, allargando così la base finanziaria dalla quale poi sottrarre le percentuali impegnate.
Il disegno, disperato e innovativo al tempo stesso, contiene una quantità di clausole e passaggi tecnici che in altri tempi le rivali del Barcellona avrebbero impugnato, nel tentativo di fermare o almeno rallentare il ritorno in forze di un club così competitivo. E qui Laporta (seguendo la linea di Bartomeu, occorre dire) si è giocato il furbo jolly della Superlega, sostenendo – come la Juventus – il progetto del presidente del Real Madrid e garantendosi di fatto la sua neutralità in merito alle acrobazie finanziarie catalane.

Gli operativi del Real, i funzionari che mandano avanti il club, masticano amaro dalla scorsa primavera sostenendo alla macchinetta del caffè che Florentino ha permesso al Barça di sopravvivere e che presto se ne pentirà. In realtà anche la strategia di Perez è di spregiudicata astuzia, guai a perdere i pochi alleati che gli sono rimasti, almeno fino al pronunciamento dell’Unione Europea. Laporta in questo è un socio affidabile. Tornato sul trono blaugrana promise di organizzare un referendum interno sul tema della Superlega; sono passati quasi due anni, e del famoso referendum non si è saputo più nulla.

Il Clásico è stato per molti anni la partita più bella del mondo, e se ci fate mente locale desta un po’ di impressione il fatto che la Premier League metta nel suo cartellone quasi in contemporanea – si sovrapporranno per mezz’ora – Liverpool-Manchester City, il match che almeno a livello di leghe ha sostituito Real-Barça come top assoluto. Lunedì il Pallone d’oro premierà ancora la Liga, perché non ci sono dubbi sull’assegnazione a Karim Benzema, ma nella zona del podio finiranno Salah e Mané (oggi al Bayern, in classifica per le imprese col Liverpool), Kane, De Bruyne, Foden e magari ha fatto in tempo pure Haaland. La Premier non vince il massimo trofeo individuale dal 2008, l’ultimo anno di Cristiano Ronaldo al Manchester United prima dell’attuale remake. La Liga, grazie ai due plurivincitori ma non solo, dal 2000 a dopodomani ne avrà portati a casa 15 su 22 (ci sono anche quattro “italiani” ma dall’ultimo, Kakà, sono passati ormai quindici anni). Il declino di quello che fu il campionato migliore è testimoniato anche dai gironi di Champions. Il Real gode di una extra-territorialità – resta il club più famoso e ambito del pianeta – che lo mantiene in prima fila a prescindere, ma dopo quattro partite le altre tre spagnole iscritte hanno un piede e mezzo nella fossa: se davvero Barcellona, Atletico e Siviglia dovessero scendere in Europa League, il solito paradosso del market pool aggiungerebbe ulteriore montepremi al Real, da 4.7 milioni in caso di eliminazione agli ottavi a 11.7 se arriverà nuovamente in finale (dipende dal numero di partite giocate).

Il premio per una gestione che ha imparato a staccarsi dai suoi totem in tempo utile per non rovinarsi con contratti dissennati (Sergio Ramos), e a volte riesce addirittura a distillare denaro da cessioni crepuscolari (lo United ha pagato 60 milioni per Casemiro). In attesa di Kylian Mbappé, che prima o poi finirà lì, il compito di Ancelotti è appunto quello di inserire i giovani facendo in modo che i vecchi non si sentano minacciati, ma piuttosto spinti a insegnare i trucchi del mestiere ai loro successori, a loro volta mai presi dalla fretta. Alcuni esempi: Kroos ogni tanto riposa e raramente gioca 90 minuti, il suo erede Camavinga ha iniziato poche volte ma almeno uno spezzone l’ha giocato in tutte le 13 partite disputate fin qui. La richiesta di cessione di Casemiro è stata accolta perché Tchouameni dava sufficienti garanzie, e il francese ha saltato una gara sola. Sempre in campo come Camavinga soltanto Alaba, Valverde e Vinicius, in assoluto il più impiegato con 1079 minuti sui 1170 complessivi. Forte della favolosa doppietta Champions-Liga della scorsa stagione, Ancelotti sta gestendo in sicurezza i finali di carriera di Benzema (35 anni a dicembre, erede Mbappé) e Modric (37, erede da trovare).

La classifica trova Real e Barcellona appaiate in testa il giorno del Clásico: sette vittorie e un pari ciascuna, ma Xavi in forte turbolenza causa flop in Champions. È un problema perché in tutte queste stagioni di declino europeo – l’ultima Champions è del 2015 – il barcellonismo (che è un concetto allargato rispetto alla sola tifoseria, e chiama in causa l’intera intellighenzia catalana con i naturali cascami sulla questione indipendentista) ha stretto i denti in attesa dell’avvento di Xavi, caricato dell’aspettativa di essere un impossibile nuovo Guardiola. Se venisse meno questa fiducia – e le due gare con l’Inter l’hanno scossa dalle fondamenta – il Barça non saprebbe più a quale santo votarsi. E quindi tornerebbe a Leo Messi, il cui ritorno la prossima stagione viene dato per certo. Gratis?

Fonte Repubblica.it

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