Il braccio di ferro tra il Barça e la Liga che regalerà Messi alla collezione Psg

Mercoledì sera Leo Messi, reduce dall’ultimo periodo di vacanza a Ibiza, è sbarcato a Barcellona convinto che il giorno successivo sarebbe stato quello della firma. Libero di accordarsi con chiunque dal primo gennaio, l’argentino non aveva mai fatto balenare una volontà diversa da quella di rinnovare il suo contratto col Barça: se durante la lunga e difficile primavera dei blaugrana, passata per una bruciante eliminazione negli ottavi di Champions e un deludente terzo posto in Liga, qualcuno ne aveva sondato la disponibilità, la risposta doveva essere stata un no così netto da non lasciare traccia nemmeno nei gossip di mercato. Quando, il primo luglio e in piena rincorsa alla Copa America, ci si era resi conto che Messi era tecnicamente uno svincolato (o un disoccupato, per sorridere della battuta), la notizia era stata trattata alla stregua di uno “strano ma vero” da Settimana Enigmistica. Una spigolatura curiosa, che il nuovo accordo – trovato da tempo – avrebbe fatto presto dimenticare. L’argentino si sarebbe concesso un po’ di vacanza dopo la sospirata vittoria con la Selección (era dall’oro a Pechino 2008 che non riusciva ad alzare un trofeo con la nazionale), e al suo rientro la formalità del rinnovo sarebbe stata espletata.

Ieri sera, quarantott’ore dopo l’atterraggio in Catalogna, il clan di Messi, guidato dal padre Jorge, stava trattando col Paris St. Germain i termini non semplici del primo contratto di Leo extra-Barcellona dal 2000 a oggi, da quando varcò l’Atlantico perché il club catalano era disposto non soltanto a prenderlo nel suo vivaio, ma anche a pagargli le costose cure per accelerarne la crescita assai pigra. Quando si parla del rapporto fra Messi e il Barça, questa è sempre e comunque la prima cosa da ricordare.

Esattamente a metà fra questi due momenti si colloca la riunione di giovedì, quando il presidente Joan Laporta ha comunicato a Jorge e poi a Leo che l’accordo era saltato perché la Liga non concedeva deroghe al salary cap spagnolo, abbondantemente superato. Leo si è sentito mancare la terra sotto i piedi e, dopo aver detto sì a cifre più o meno dimezzate rispetto alle stagioni precedenti, ha abbozzato una disponibilità a ridurre ulteriormente i suoi compensi pur di restare al Camp Nou. Laporta ha rivisto brevemente le cifre sapendo che comunque non esisteva margine, e ha detto che il discorso era chiuso, come avrebbe poi confermato nella conferenza stampa di ieri mattina. Il Barcellona ha un debito molto superiore al miliardo di euro, un’eredità della dissennata gestione Bartomeu che la giunta attuale non solo non è riuscita a ridurre non vendendo nessuno, ma anzi ha aumentato con i ricchi ingaggi degli svincolati Agüero e Depay. Quel che andrebbe capito è perché fino a mercoledì l’okay della Liga venisse dato per scontato: il disastro finanziario era sotto gli occhi di tutti, eppure nei frequenti e cordiali colloqui tra Laporta e Javier Tebas il discorso non faceva mai capolino.

Riavvolgiamo allora il nastro a mercoledì, quando lo stesso Tebas ha annunciato l’accordo fra la Liga e il fondo Cvc per l’ingresso del private equity al 10 per cento in cambio di 2.7 miliardi. Un accordo del genere (sia pure a cifre minori) era stato bocciato in inverno dalla Lega di Serie A per il voto contrario di 7 club: fra loro c’erano Juventus e Inter, che rifiutarono di firmare la clausola anti-Superlega richiesta da Cvc per essere certa che nei dieci anni successivi la Serie A non avrebbe perso valore. Qualche mese dopo il blitz fallito sulla Superlega spiegò bene cosa c’era alla radice di quei no. Nel momento in cui Cvc sposta il suo maxi-investimento in Spagna, non può fare a meno del placet di Real Madrid e Barcellona, che infatti si sono accampate sull’altra sponda del fiume e rifiutano di firmare qualsiasi accordo (e Cvc viene data in pausa di riflessione). Assieme alla Juventus, i club del Clásico aspettano il pronunciamento della Corte Europea sul caso-Superlega, previsto per il 2022. Nulla di strano che Tebas, per portare almeno il Barcellona dalla sua parte, abbia provato a forzare la mano a Laporta facendogli balenare la possibilità di ottenere dalle banche il corrispettivo di 50 anni di diritti tv – garantiti dal fondo – per affrontare l’enorme debito senza dover rinunciare a Messi. Da parte sua anche Laporta potrebbe aver spinto all’estremo il suo bluff, confidando nel fatto che perdendo Messi la Liga vedrà il suo appeal drasticamente ridimensionato. Il risultato del braccio di ferro è che Leo sta traslocando a Parigi.

Il nuovo fronte di cui discutere, a questo punto, è in tutta evidenza un salary cap su scala europea, perché il difficile (per molti, non per tutti) mercato di questa stagione sta producendo un Psg dominante malgrado abbia pagato un solo cartellino, quello di Hakimi all’Inter. Gli altri rinforzi – e che rinforzi – arrivano tutti da svincolati: Donnarumma, Sergio Ramos, Wijnaldum, addirittura Messi. Aggiungete i loro (favolosi) compensi a quelli di Neymar, che ha appena rinnovato a cifre record, di Mbappé – che vorrebbe andare al Real ma si trova davanti il muro del debito madridista, meno spaventoso rispetto a quello catalano, ma che comunque condiziona – di Verratti, Di Maria, Marquinhos, Icardi e compagnia cantante. Non c’è mai stato un monte stipendi nemmeno lontanamente paragonabile: d’accordo che nell’anno del Mondiale in Qatar la missione-Champions affidata dall’emiro al Psg è evidentemente ultimativa, Ma il tema dell’eurocap non può più essere eluso.

Fonte Repubblica.it

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