Il booster psicologico per Inzaghi e l’astuzia degli azzurri sui calci piazzati

L’ultimo scontro diretto del campionato — ed è un po’ presto, siamo appena alla 31esima — ha espresso una sentenza semplice al termine di una gara molto più complicata: per lo scudetto sono rimasti in tre. L’Inter si è riguadagnata il diritto di crederci grazie a una vittoria che si “vede” bene in classifica, ma che promette un booster psicologico persino più importante. La Juve, invece, chiude lo spioncino che aveva silenziosamente riaperto, consapevole che i disastri d’autunno la inchiodavano al punteggio pieno da qui alla fine. Se ci aggiungete la vittoria del Napoli a Bergamo, il Milan che va in campo stasera per ristabilire le distanze è un po’ il deluso di giornata, perché ieri sperava di scrollarsi di dosso le due inseguitrici a ridosso, e questo non è successo. Occhio, il calendario del suo finale prevede qualche asperità in più. 

In una sorta di risarcimento trasversale, si può dire che l’Inter abbia ottenuto dalla Juve quel che aveva perduto nel derby di ritorno contro il Milan: tre punti a fronte di una gara che per larga parte era stata nelle mani dell’avversaria. La Juve offensiva schierata da Allegri ha dominato infatti il primo tempo, giocando il calcio migliore della sua stagione e stimolando forse qualche riflessione sul potenziale che Dybala aggiunge all’attacco guidato da Vlahovic. Il rigore di Çalhanoglu nel recupero, calcisticamente episodico, ha introdotto una ripresa di rara ferocia agonistica dalla quale l’Inter è uscita con piglio gladiatorio. Ed è proprio quella personalità nella sofferenza, smarrita negli ultimi due mesi, a riaprire il credito nei confronti dei campioni d’Italia. 

La curiosità è che un girone dopo siamo quasi tornati al punto di partenza. Alla fine di ottobre l’età del campionato era di undici giornate — giovane quindi, ma non un bambino — e aveva un profilo ormai pronunciato. Con dieci vittorie e un pareggio, il Milan e il Napoli avevano fatto il vuoto. Il rodaggio dei molti cambiamenti costava all’Inter un distacco. Alle sue spalle viaggiava un quartetto, le due romane con Atalanta e Fiorentina, che già allora ricordava quei trenini interni ai gran premi, tutta la corsa a sorpassarsi per le posizioni di rincalzo. La Juventus era lontanissima, al culmine della crisi: da favorita che era in partenza, la perdita non rimpiazzata di Ronaldo (e la scoperta che nelle tre stagioni precedenti i compagni si erano impigriti, appaltando ogni responsabilità al portoghese) l’aveva fatta precipitare. Chi si ricollegasse soltanto adesso penserebbe che nel frattempo non sia successo nulla, a parte la fisiologica risalita della Juve (che poi a gennaio, con Vlahovic, si è ridata un frontman). Invece l’Inter ha fatto in tempo a quasi vincere lo scudetto, poi a quasi perderlo, e adesso a rientrare col clacson strombazzante. Una A così incerta (e a più voci) non si vedeva da tempo. Mourinho, per dirne una, ha riportato la Roma a -5 dalla Juve (e dal quarto posto): una differenza interamente contenuta dallo scontro diretto del ritorno, quando la Roma vinceva 3-1 e alla fine perse 4-3. 

La vittoria del Napoli a Bergamo è uno di quei dieci verdetti che sottolinei subito, tanto è evidente la loro importanza, e che a fine stagione potrebbero concorrere per il podio degli eventi decisivi. È stata una vittoria fredda, astuta per la capacità di appoggiarsi alla pressione dell’Atalanta — bella e inesausta, ma drammaticamente priva di un realizzatore — per andarla a colpire nei momenti chiave della gara e nei modi che descrivono il gran lavoro di Spalletti. Il gol di Politano è l’ennesima smentita del luogo comune sull’improvvisazione, che da sempre contiene un filo di razzismo culturale (in genere chi improvvisa non lavora); il Napoli segna tanto sugli schemi da calcio piazzato perché li prova, e tanto, in allenamento. Per Spalletti e il suo staff questa non è certo una novità, visto che alla Roma avevano elaborato una varietà di calci d’angolo che consentì di risolvere numerose partite. Il Napoli a Bergamo ha tirato sei volte: cinque nello specchio, e tre di questi sono stati gol. L’Atalanta — e ripetiamo che ha giocato una bella partita — è arrivata al tiro 19 volte, ma centrando la porta in tre sole occasioni, una delle quali vincente. Da una parte mancava Osimhen, dall’altra Zapata, ed è un’evidenza quale dei due centravanti sia stato rimpianto di più. Ci sia concessa, a chiusura del discorso Nazionale che ci ha intristito a sufficienza, una piccola soddisfazione per la bella prova di Alessandro Zanoli, terzino classe 2000: quando alle grandi manca un titolare, e per il bene del ct Mancini invochiamo un’opportunità per un giovane italiano, è esattamente un ragazzo di questa qualità che speriamo di vedere.  Il booster psicologico per Inzaghi e l’astuzia degli azzurri sui calci piazzatiFonte Repubblica.it

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