I segreti della Juve in una serie tv: “Tutto vero, niente teatro”

TORINO – Palloni, barbieri, pigiami, bambini, borse, sorrisi. Ma anche rabbia, erba, bottigliette, urla, scherzi e grugniti. Facce cattive e facce contente. Vittorie. Sconfitte. Un po’ troppe sconfitte, l’anno scorso, quando la Juventus ha accettato di far calare il velo, che nel calcio è quasi sempre una muraglia cinese, tra vita e opere, partite e quotidianità, risultati e segreti (con parsimonia), per lasciarsi filmare per 40 settimane e trasformare in una docu-serie a futura memoria. Dal 25 novembre si potrà vedere ciò che non è mai stato visto, su Amazon Prime. Il calcio cambia, la nostra curiosità mai.

È un format internazionale, si chiama “All or nothing” (evitare battute, nell’anno del quarto posto bianconero e dell’eliminazione agli ottavi di Champions) e ha già raccontato il Tottenham, il Manchester City e i leggendari All Blacks: se gli omoni del rugby si sono svestiti di nero e messi a nudo, urlando diversamente la loro “haka” nelle telecamere, forse significa che davvero il grande sport si porta a casa gli occhi di chi lo ama.

«Non abbiamo fatto teatro, è tutta verità» racconta Leo Bonucci. «All’inizio è stato difficile abituarsi a quelle presenze, poi i signori della tivù sono diventati di famiglia, non li abbiamo neanche più notati». Nell’epoca delle serie televisive, quando la vita è divisa in segmenti di 50 minuti da divorare sul divano anche in successione, si tratti di un camorrista o di una regina, e nel momento in cui il calcio sta cambiando pubblico, modalità, miti e riti, forse un diverso sguardo può suscitare nuove passioni. «Da spettatore degli All Blacks e del Tottenham, queste serie mi hanno insegnato cose che neppure sospettavo» spiega Giorgio Chiellini: «Non si tratta tanto di avere vinto o di avere perso, ma di esserci raccontati così come siamo. Credo che la gente apprezzerà, forse non solo i nostri tifosi».

Per costruire ogni puntata sono serviti 40 giorni, e 6 mila tamponi per realizzare e chiudere senza rischi le riprese nella stagione della pandemia. Il risultato è piuttosto gradevole. Colpiscono i ricordi di Chiesa che ripensa a Buffon con la visione che ne aveva da bambino, quando gli piombò in casa portato dal padre Enrico (con Gigi erano compagni di squadra al Parma): «Aveva una fascia sui capelli sparati e tinti di biondo, io mi spaventai e mi misi a piangere».

I calciatori parlano, e tacciono, lasciando dire agli sguardi. Ci sono tavolate da pizza per la maturità e alberi di Natale da addobbare con papà che ti prende sulle spalle per mettere la punta sull’abete, tipo Morata che dice: «Dopo la famiglia, la Juventus è la cosa più importante, io qui posso andare anche sulla Luna».

Nell’insolito racconto di una Juve in difficoltà, ecco le urla inimmaginabili di Pirlo nello spogliatoio: «Nessuno che copre, così non vinciamo un c.!!!» Si vede qualcuno che prende a calci qualcosa, furibondo. «Eh, se avessimo vinto più partite, Andrea non si sarebbe arrabbiato così», ammette Chiellini. E allora sorge il sospetto che questi eroi in fondo remoti e per certi versi misteriosi, forse anche soli, siano assai diversi da come li pensiamo o riveliamo. «Di tante vicende e di tante persone del calcio ci sono cose che non si vengono mai a sapere, è normale» ammette Bonucci. «Credo che una stagione simile, dove abbiamo faticato in campionato ma pur sempre vinto due trofei, possa rendere lo spettacolo più interessante».

Insomma, una piccola storia abbastanza segreta del pallone, con in scena personaggi che non ci sono più (Pirlo, Ronaldo) ma con qualcosa che c’è sempre stato e mai visto così. Si chiama Juve.

Fonte Repubblica.it

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