Haaland, il centravanti digitale che decolla nello spazio di Guardiola

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Haaland, il centravanti digitale che decolla nello spazio di Guardiola

Okay, è ora di dirlo. Scordatevi che l’assenza mondiale più rimpianta a livello globale sia quella dell’Italia. In Qatar mancherà molto di più Erling Braut Haaland, che in quanto norvegese dovrà scalare un Everest per riportare la sua nazionale a una Coppa del mondo, eppure nessuno dubita che prima o poi ce la farà. L’ultima Norvegia l’abbiamo sbattuta fuori noi nel 1998, 1-0 a Marsiglia negli ottavi, gol di Bobo Vieri. L’avevamo incontrata anche quattro anni prima, in una delle partite iconiche di Arrigo Sacchi: New York, seconda gara del gruppo, Pagliuca espulso per tocco di mano fuori area e l’azzurro richiamato in panchina a beneficio di Marchegiani è nientepopodimeno che Baggino (Roberto). “Ma è impazzito?” si chiedono tutti, labiale del nostro eroe compreso, invece l’Italia in dieci vince con gol di Baggione (Dino), e la contestazione finisce in gloria. Quel giorno fra i norvegesi sconfitti ci sono il difensore Alfie Haaland e il centravanti Jan Aage Fjortoft, amici per la pelle allora come oggi. Fjortoft, che lavora per una tv di Oslo, è quello che ai tempi delle prime triplette di Erling tra Salisburgo e Dortmund lasciò tutti basiti insinuando “cosa vi aspettavate da uno concepito in uno spogliatoio?”. Ehm, scusi?

Riscossa l’attenzione generale, Fjortoft fece capire che la data di nascita del pupo – 21 luglio 2000 – era compatibile con un momento di passione di mamma Gry Marita e papà Alfie in uno spogliatoio del centro di allenamento del Leeds. Siccome niente potrebbe essere più suggestivo di questa genesi, il dubbio che fosse marketing non è mai stato dissolto: all’epoca c’era ancora l’astuto Mino Raiola al timone di questa macchina da gol e da soldi, e una delle mosse attribuite al grande procuratore da poco scomparso è la cancellazione della piccola “o” sopra la “a” dell’alfabeto norvegese per evitare una confusione di grafie. Su maglie e altri gadget non troverete più Håland. Soltanto Haaland. Non possono esserci più versioni di un cognome da stampare miliardi di volte.

Ora che Erling è diventato un fenomeno da 19 gol nelle prime 12 partite col Manchester City, uno ogni 50 minuti e mezzo (mercoledì si è fatto bastare un tempo per timbrarne due al Copenaghen), Fjortoft ci va più leggero con le confidenze: ieri ha raccontato che l’ultimo pasto prima della gara è sempre la lasagna magica di papà Alfie, rassicurante deviazione nazional-popolare. Chissà come l’avranno presa però i nutrizionisti-scienziati del City, quelli che fanno dire a Guardiola “la mensa del nostro centro sportivo è il miglior ristorante di Manchester”.

Qualunque sia la sua dieta, comunque, Haaland si sta imponendo come un game-changer: non è tanto questione di essere il migliore – l’armonia di Mbappé resta di livello superiore – quanto di possedere una dote in misura così tracimante da rendere superflue le altre. Mike Tyson non era Muhammad Ali, eppure c’è stato un tempo nel quale si cronometravano i secondi impiegati per mandare a segno il primo gancio e tirare giù la serranda. Da un suo pugno, non si tornava. Oppure Steph Curry e la gragnuola di canestri da tre punti con la quale imperversa, e se lo marcano stretto lui arretra e li infila lo stesso, annullando il concetto di distanza dall’anello che ovviamente dovrebbe essere uno dei capisaldi della pallacanestro. “Forte come un orso e veloce come un cavallo” lo descrisse un giornalista norvegese dopo averlo visto nel Molde. Il punto è che di solito sei forte come un orso oppure veloce come un cavallo: alle due cose insieme non siamo preparati. 

Chi ama la fantascienza s’è già fatto mille fiabe con l’esperimento genetico sfuggito di mano o il cyborg risultante dall’innesto di protesi meccaniche – un ginocchio al titanio? – al posto di parti organiche. Nei pochi istanti che gli bastano per prendere la sua infallibile mira, Haaland verosimilmente vede come Schwarzenegger in Terminator. Quando i compagni gli corrono incontro per abbracciarlo dopo un gol, scorgi sempre nei loro occhi un lampo di prudenza prima di appoggiare il capo su quel petto che è una portaerei, un dubbio estremo tipo “siamo sempre amici, vero?”. Tranquilli, non vi mangia. Non adesso, per lo meno. Prima deve vincere la Premier e la Champions, poi chissà: Raiola se n’è andato ma sono rimasti i suoi contratti, clausole e contro-clausole (ne ha una per liberarsi nel 2024, pare) disegnate su misura per sventolare innanzitutto la bandiera di se stesso.

Pep Guardiola sorride dello sbigottimento generale per i numeri della sua nuova star, sentenzia correttamente che Messi andava in porta da solo mentre Erling ha bisogno della squadra, spinge il gioco del City verso frontiere che il Guardian ha definito calcio digitale, in opposizione a quello analogico delle altre formazioni. Sinceramente: la qualità dell’esibizione nel derby di Manchester di domenica scorsa ha un solo precedente, la manita del suo Barça al Madrid nel 2010 (5-0 al Camp Nou). Certo, c’è un vizio di fondo: il budget fuori scala impiegato per costruire una rosa di tutti campioni. Ma l’ironia del destino è che Haaland sia costato molto meno rispetto alla somma incassata dalle cessioni di Gabriel Jesus e Sterling, due attaccanti ottimi ma analogici, che quando tirano possono sbagliare. Il digitale Haaland non sbaglia (quasi) mai, e se fissaste i punti dai quali ha scoccato le sue 19 frecce vincenti scoprireste che sono quasi tutti all’interno di un rettangolo centrale fra dischetto del rigore e linea dell’area piccola. È il famoso “spazio”. Guardiola non ha cambiato nulla della sua trama, sempre finalizzata ad arrivare al tiro pulito in quello “spazio”: la differenza è che ci ha messo un pivot con percentuali di realizzazione irreali. È il favorito per la Champions ancor più degli anni scorsi, e se un po’ lo conosciamo lo immaginiamo rassegnato: sa che i suoi detrattori, quelli che dicono che al Barça vinceva grazie a Messi, sono pronti a dare tutti i meriti a Haaland. È il destino dei grandi.

Fonte Repubblica.it

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