Gli obiettivi mascherati di chi vuole lo scudetto, l’atteggiamento giusto è quello di Spalletti

Ci sono situazioni nelle quali José Mourinho continua a portare tutti a scuola. La gestione del derby è stata un capolavoro: preparato con le dichiarazioni sulla rilassatezza della Lazio a fronte delle proprie fatiche in coppa – e lo sprint iniziale, tutto romanista, ha indirizzato il match – concluso dalla “scomparsa” al fischio finale per lasciare la scena ai giocatori, e passato per i vigorosi gesti di diniego ai tifosi festanti un po’ troppo presto, nel recupero del primo tempo, quando un gol subito per distrazione (stava capitando) avrebbe incendiato l’intervallo laziale deprimendo il proprio. Ispirata dal suo guru – chiamarlo allenatore sarebbe riduttivo – la Roma ha sfruttato l’episodio all’alba della gara, ha allargato il risultato appena ne ha avuto l’occasione, l’ha dilatato con una prodezza individuale e ne ha conservato le dimensioni quasi mettendole sotto spirito, a mantenere il gusto del trionfo. Il derby di Roma è diverso dagli altri perché funziona come una lente d’ingrandimento: se ti fa star bene, stai benissimo. E chi sta benissimo vede tutto in una luce favorevole, dalla possibilità di vincere la Conference League (l’ultimo titolo è la coppa Italia 2008) a quella di festeggiare il quinto posto: magari ad agosto si pensava che Mourinho avrebbe puntato alla Champions, ma raramente sono state fallite così tante previsioni come quest’anno. Un po’ perché siamo stati scarsi noi nel farle, un po’ perché – col passare dei mesi – i traguardi di diversi club si sono ritirati come la maglieria quando si sbaglia ciclo di lavaggio. 

In settimana abbiamo sentito Maurizio Arrivabene sostenere che l’obiettivo della Juve fosse un posto fra le prime quattro e gli ottavi di Champions, mentre qualche tempo fa Simone Inzaghi aveva assicurato che l’Inter a giugno gli avesse fatto le stesse richieste. Mah. È difficile credere che due club così strutturati, reduci uno da un ciclo straordinario e l’altro dalla conquista del titolo, fossero di bocca così buona. Stefano Pioli continua a rifiutare la parola scudetto, ma la sua è in tutta evidenza una scaramanzia: si maschera meno Luciano Spalletti, che ha capito fin dall’inizio quanto il Napoli abbia bisogno di ambizione e non di riduzione. È l’atteggiamento che preferiamo, perché la malintesa umiltà induce a pensare in piccolo, e in un contesto di debolezza come quello del nostro calcio è importante che chi detiene le risorse tecniche lo dichiari con orgoglio. Certo, alla fine vince uno e gli altri vengono trattati (anche) in base ai traguardi dichiarati: ma se non siamo preparati nemmeno a qualche sfottò, meglio dedicarsi ad altro. La rinascita passa anche da una comunicazione più coraggiosa, parole capaci di moltiplicare le energie di chi va in campo: non eravamo negli spogliatoi dell’Olimpico, ma qualcosa ci dice che Mourinho sia stato convincente. Puntiamo molto sul fatto che nelle prossime due settimane Roberto Mancini lo sia altrettanto. 

Detto che in campionato la Juve mantiene il suo passo, e che le vedove di Dybala hanno trovato nella (bella) rete alla Salernitana nuovi argomenti per sostenerne le ragioni dopo il vuoto di creatività che è costato l’eliminazione dal Villarreal, la lotta per lo scudetto è uscita cambiata dal supersabato. Nel senso che il Milan segna poco ma crea tanto, e di gara in gara pesca dal mazzo un risolutore diverso, Bennacer a Cagliari dopo Kalulu con l’Empoli. Il Napoli gioca tutte le sue carte su Osimhen, oggi il singolo più influente del torneo. L’Inter è alla ricerca ormai urgente di una terza via, che potrebbe essere tattica per ovviare all’assenza di Brozovic (ma in stagione le rivali sono state colpite da ben altre assenze, e le hanno parate meglio): lo ripetiamo, Gosens e Perisic dovrebbero giocare assieme. 

La 30ª giornata era dedicata alla lotta contro il razzismo che continua ad affiorare negli stadi italiani, ora qui ora lì, e sabato è successo nuovamente, a Cagliari. Ci sono due cose da dire. La prima, rivolta ai tifosi, è che denunciare il gruppo che ulula a un avversario non significa attaccare una tifoseria o, peggio ancora, una città. Al contrario: significa difendere il suo buon nome dagli incivili che lo stanno sporcando. La seconda, rivolta ai giocatori, è che in presenza di insulti razzisti a un avversario vi dovete schierare con lui, non con chi vuole umiliarlo. È una scelta di campo, ed è ineludibile. 

Gli obiettivi mascherati di chi vuole lo scudetto, l'atteggiamento giusto è quello di SpallettiFonte Repubblica.it

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