Gli arbitri e la questione territoriale: Sozza, milanese a Milano, e la norma da cambiare

Gli arbitri e la questione territoriale: Sozza, milanese a Milano, e la norma da cambiare

ROMA – A Roma è partita la critica preventiva contro gli arbitri. Oggetto degli strali del pubblico romanista, il 34enne Simone Sozza. Un arbitro giovane, ma che in questa è stagione si è rivelato come uno dei migliori per rendimento dell’intera Serie A. In una stagione in cui tanti hanno steccato, in cui anche uno dei migliori, Massa, al Var ha commesso il peccato originale di non assegnare un rigore solare contro l’Inter nel match col Torino, trovare un arbitro adatto alla sfida non era facile: in pratica, tra poco adatti e nomi difficilmente ripresentabili con la squadra di Inzaghi, la scelta era comunque affidarsi a un rischio. E allora il designatore Rocchi ha scelto di premiare il merito. E di seguire le indicazioni del campo, senza guardare l’età.

Sozza, un milanese a San Siro per Inter-Roma

Il problema, per i romanisti, non è però la data di nascita. Ma il luogo. Simone Sozza è nato a Milano. E dovrà dirigere nello stadio di quella città Inter-Roma. Può farlo perché è iscritto alla sezione di Seregno, provincia di Monza-Brianza, non di Milano, pur trovandosi a meno di 30 chilometri dal capoluogo. Abbastanza per un processo mediatico? La risposta è semplice: no. Prima di tutto perché le regole permettono questa designazione. Secondo, perché non è un “esperimento”: Sozza ha già diretto Milan-Lazio di Coppa Italia a San Siro, nonché Lazio-Atalanta di campionato a gennaio. Ma soprattutto perché la designazione di un milanese per una sfida scudetto con in campo una delle due squadre di Milano e l’altra spettatrice interessatissima, può diventare la base per una piccola riforma che poi tanto piccola non è. Ossia l’abolizione del limite “territoriale” che impedisce agli arbitri di dirigere squadre della provincia di appartenenza della loro sezione.

Arbitri, cifre da professionisti

La norma è vetusta e figlia di un mondo in cui l’arbitro era un vero e proprio dilettante, nel senso più stretto della parola, nonostante l’altissima professionalità di nomi come Casarin, Agnolin, Lo Bello: aveva un lavoro suo, la domenica lasciava la famiglia per mettersi la giacchetta nera e girare l’Italia col fischietto in bocca. Oggi un arbitro tra campo, quarto uomo e Var, è attivo anche due giorni a settimana, con spostamenti spesso internazionali che lo bloccano per almeno due-tre giorni, e in più deve partecipare ad almeno due, tre stage a Coverciano per ogni stagione: avere un altro lavoro è impossibile o quasi. Il ruolo resta dilettantistico, ma preparazione, cura medica e indennizzi sono da “pro”: 3800 euro per dirigere una partita di Serie A, 1500 per operare come Var. Cifre che crescono ulteriormente per le partite europee. A cui aggiungere una parte fissa, che alza i compensi a cifre da calciatore professionista, anche se forse non di Serie A.

Una norma da cambiare

Insomma, gli arbitri sono da considerare al pari di professionisti a tutti gli effetti. Ambiscono – giustamente – a far carriera, ad arbitrare più partite, ad avere visibilità per affermarsi a livello nazionale e internazionale. E, per riuscirci, devono sbagliare il meno possibile. In questo senso, come si può pensare possano farsi condizionare dalla provenienza ambientale? Chi si sognerebbe mai di dire che sia un limite far giocare Zaniolo con la Roma a La Spezia, la città del cuore, dove vive ancora la sua famiglia? O a Immobile, di Torre Annunziata, di saltare le partite contro il Napoli? E allora, perché per gli arbitri dovrebbe essere diverso? Da anni, già ai tempi in cui presidente dell’Aia era Marcello Nicchi, si parla della possibilità di cancellare la norma. Ora, con sempre meno arbitri di livello a disposizione, perché limitare ancora la scelta per vincoli geografici? Perché precludersi la possibilità che direttori di gara affidabili come Valeri e Doveri non possano arbitrare due squadre importanti come Roma e Lazio, solo per fare un esempio? Nel calcio italiano in fortissima crisi di idee, di liquidità e di talento, è forse l’ultimo dei problemi. Ma, anche per questo, uno dei più facili a cui porre un rimedio.

Gli arbitri e la questione territoriale: Sozza, milanese a Milano, e la norma da cambiareFonte Repubblica.it

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castigamatti
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castigamatti
1 mese fa

alla rometta e ai suoi lupacchiotti provincialotti non interessa che l’arbitro sia nato a milano.
interessa solo fare un tam-tam mediatico per influenzarlo e metterlo sotto pressione.
ad ogni decisione questi caciottari vogliono che l’arbitro si metta una mano alla coscienza e pensi “ma forse non era meglio favorire la roma per evitare guai?”
la realtá é solo questa.
se non avessero voluto questo arbitro avrebbero fatto una richiesta scritta alla federazione, invece di mettersi sui socila come il loro babychattaro zaniolo.
a proposito, gli ipocriti della capitale, zaniolo lo faranno giocare, visto che é cresciuto nelle giovanili dell’inter?