Giroud, un capolavoro per il Milan con vista sul Mondiale

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MILANO – Come è purtroppo noto, l’Italia non andrà al Mondiale per non essere riuscita a fare gol alla Macedonia del nord, dopo averne inflitto solo uno in due partite alla Svizzera, un altro alla Bulgaria nel nefasto pareggio di Firenze e nessuno all’Irlanda del nord a Belfast. Se dunque Olivier Giroud fosse italiano, lui che è nato a Chambéry, cioè a un’oretta dalla frontiera – e che con due nonne italiane è cresciuto, altro che certi trisavoli rintracciati nell’albero genealogico di alcuni sudamericani cooptati nel tempo solo perché le loro Nazionali naturali non li chiamavano – non ci sarebbero dubbi: andrebbe al Mondiale di sicuro. Invece è orgogliosamente francese. E appartenendo al Paese in cui gli attaccanti fenomenali o anche soltanto molto forti crescono come i funghi in Savoia, a tre giorni dalle convocazioni del suo ct Deschamps per il viaggio in Qatar è ancora lì che aspetta di sapere se dietro Mbappé e Benzema ci sarà posto anche per lui, intramontabile trentaseienne col vizio del gol, per dirla con un classico stereotipo del calcio: l’antifrasi vezzeggiativa più affettuosa, perché il gol è la virtù più ricercata dagli allenatori. “Si è girato Giroud”: il coro dedicato dai tifosi milanisti è tra le hit calcistiche del web, con l’ormai noto ritornello “Pioli is on fire” e con la nuova entrata dedicata a Leao sulle note di “Brazil”.

Un centravanti vero

L’ultimo gol che il virtuoso Olivier ha segnato allo Spezia è il compendio delle doti di un vero centravanti, che entra a poco più di un quarto d’ora dalla fine di una partita che la sua squadra non riesce a vincere e a un soffio dal novantesimo fiuta il cross giusto prima ancora che parta dall’ispirato piede di Tonali. Quindi si fionda in spaccata sul pallone, lo spinge in rete, festeggia sotto la curva Sud togliendosi la maglia, si dimentica di essere già stato ammonito e così incassa l’espulsione che gli farà saltare la trasferta di Cremona e pure uno schiaffone di Ibrahimovic: lo aveva visto depresso per il cartellino rosso e gli ha ricacciato indietro la lacrima furtiva. Nella rituale intervista successiva, il carnefice dello Spezia di Gotti, che già assaporava grazie alla prodezza di Daniel Maldini il primo punto in trasferta, non ha potuto ovviamente eludere la domanda scontata sull’imminente viaggio in Qatar della Francia campione del mondo in carica e la sua risposta è stata ovviamente canonica, ma anche sincera: “La possibilità di giocare il mio terzo Mondiale è una cosa molto importante: conservare il titolo è uno dei miei obiettivi, abbiamo una bella squadra e parecchie speranze, con tutti i nostri talenti. Però non voglio pensarci ora: aspetterò le convocazioni di Deschamps”. Il quale mercoledì 9 novembre, con tutta la suspence del caso, provvederà all’annuncio nel tg della sera su Tf1, in diretta. E non c’è dubbio che proprio la soluzione del dilemma Giroud sarà una tra le notizie più attese.

Un ragazzo di 36 anni

L’elenco dei migliori attaccanti francesi fa impressione: il Pallone d’oro Benzema, Mbappé, Griezmann, Dembélé, Coman, Nkunku, Kolo Mouani, Ben Yedder, Diaby e naturalmente Giroud, che con 49 gol segnati coi Bleus è a 2 dal record di Henry e che ogni volta che è stato chiamato in causa dalla Francia, magari per le emergenze, ha sempre assolto il compito: per dire, nelle sue ultime 4 partite ha segnato 3 volte, l’ultima il 22 settembre scorso con l’Austria. D’altronde, “succede a chi ci crede”, resta lo slogan fideistico del maturo centravanti, proprio un ragazzo di 36 anni. Che in effetti, a forza di crederci, ha raggiunto più o meno tutti gli obiettivi che un calciatore si può porre: dall’impronosticabile scudetto col Montpellier nel 2012 al Mondiale di Russia nel 2018, con le ulteriori conquiste, da centravanti ormai ultratrentenne e anche per questo non sempre titolare, della Champions e dell’Europa League col Chelsea e della serie A col Milan, puntellata dalle sue prodezze. Giroud non era necessariamente tra i primi undici neppure alla partenza di questa stagione, data la teorica e folta concorrenza interna. Invece si è confermato il più affidabile di un reparto trafitto da infortuni, acciacchi e paturnie (Ibrahimovic, Origi, De Ketelaere) e ha giocato sempre, ma proprio sempre, in campionato e in Champions, salvo l’unica volta in cui è rimasto spettatore in panchina contro il Monza, quando Pioli gli ha concesso di tirare il fiato. Il bilancio complessivo – 18 presenze, 9 gol fatti e altri 4 provocati – può solo fare fischiare le orecchie a Deschamps, che ha ben presente come la ragion di stato possa prevalere sulla presunta incompatibilità caratteriale con Benzema e come avere in lista Giroud sia una risorsa preziosa.

Quel debutto l’11-11-11: la data del destino

Pioli ha tenuto apertissimi gli occhi e ha avuto la conferma dell’indispensabilità di un attaccante che, altro stereotipo affettuoso, fa reparto da solo: prende botte, le dà, apre spazi per i compagni, cattura palloni, li smista e soprattutto, appena può, li scaglia nella porta avversaria. L’allenatore, nelle ultime due partite con Salisburgo e Spezia, ha attenuato la solitudine che il ruolo di attaccante centrale talvolta comporta: ha dato licenza a Leao di fare liberamente la seconda punta, spostandosi un po’ dove vuole quando la squadra ha il pallone, e questo assetto ha garantito a Giroud qualche assillo in meno da parte dei marcatori. Il grato Olivier non ha smesso di declamare la ricetta della longevità, condivisa col più longevo di tutti, il quarantunenne Ibrahimovic. I due ne parlano spesso: “Zlatan pensa la stessa cosa che penso io: abbiamo la fortuna di avere un corpo che vuole fare di più. E se la testa vuole ancora giocare, non voglio essere io a mettermi dei limiti. Ancora, ancora: il nostro motto è questo”. Ancora significa soprattutto allenarsi al massimo, con cura totale del proprio fisico. Allenarsi al massimo e poi mettersi davanti alla tivù, mercoledì, per sentire dalla voce di Deschamps se c’è un biglietto per il Qatar. Intanto davvero “si è girato Giroud”, come cantano i tifosi del Milan per celebrare le gesta del centravanti sbocciato in Nazionale in una data palindroma decisamente particolare, quasi un segno del destino nello sport che si gioca in 11: l’11-11-11, giorno del suo debutto allo Stade de France contro gli Usa (31 minuti di cui i primi 5 accanto al futuro rivale Benzema) e prima delle sue 114 presenze. Chissà se il ct  si girerà dall’altra parte.

Fonte Repubblica.it

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