Giroud, il gol che non ha età: “Qui al Milan sono il grande fratello, è ora di vincere qualcosa”

NAPOLI. La paura a volte fa solamente nove. Nella città della smorfia, Olivier Giroud ha cancellato definitivamente la maledizione che da dieci anni ha distrutto la carriera di un’infinità di attaccanti. Quella della maglia numero nove del Milan. In Francia è d’uso ricordare come Olivier sia l’unico centravanti ad aver vinto un Mondiale da titolare senza segnare un gol e nemmeno tirare in porta: uno di quei numeri 9 utili, così lo vuole la narrazione ortodossa. A 35 anni è tardi per stravolgerla. Eppure, il ragazzo nato in una terra di sciatori al Milan potrebbero ricordarlo come l’eroe del sorpasso in testa, se a maggio Pioli si trovasse ancora lì davanti a tutti. Fino a ieri, aveva segnato sempre e soltanto a San Siro: per allargare i propri orizzonti ha scelto una di quelle serate indimenticabili. Come al derby, quando spazzò via con una spallata al limite del regolamento barella e l’Inter, ribaltando forse in quell’esatto momento la stagione del Milan: in questo momento, è lui, da solo, l’esatta differenza tra un Milan in grado di giocarsi un posto in Champions e la squadra che guarda tutti dall’alto in basso. 

Koulibaly, quasi sapesse, aveva provato a toglierlo di mezzo, aprendogli una ferita sulla caviglia. Non è bastato, anzi la distorsione per cui è dovuto uscire ha reso ancora più eroico il suo ottavo gol in campionato: “Non era decisivo vincere, ma molto importante”, bluffa lui. “Di scudetto non voglio parlare, ma partita dopo partita siamo nella corsa. Speriamo di vincere qualcosa: la coppa, lo scudetto. Siamo ambiziosi, io posso essere anche un big brother, un grande fratello per i giovani, perché so quanto sia importante comunicare”. 

Questione di carattere. Lo stesso con cui Giroud s’è messo sulle spalle la maglia numero 9 del Milan, quella che aveva schiacciato campioni di ogni livello: da quando Pippo Inzaghi la lasciò nel 2012, hanno provato invano a onorarla Pato e Matri, Torres e Destro, Luiz Adriano e Lapadula, André Silva e Higuain, Piatek e Mandzukic. Tutti convinti di esaltarsene, se ne sono andati sconfitti. Comunque vada, Giroud può già dire di aver cancellato la maledizione, e proprio nella città in cui il malocchio e gli antidoti per combatterlo fanno parte del costume quotidiano e del folklore popolare, fino a diventare piccolo business. Come se fosse un contrappasso storico. facendo dimenticare pure l’ombra di Ibra. 

Per portarlo al Milan, è stato determinante un colloquio che, in perfetto stile post pandemico, ha sostenuto via Teams, come ha ricordato Pioli: “È stata una videochiamata con Olivier a farci capire che giocatore e quale spessore avevamo di fronte. E più giocatori di personalità e di carisma hai, più è importante”. Ecco, la ricetta è proprio questa. La personalità. Costruita a colpi di trofei: 3 Community Shield, 5 Fa Cup, una Europa League, una Champions, un Mondiale. Trofei che messi sul prato del “Maradona”, dove nessuno vantava un curriculum simile, hanno sbilanciato in via definitiva l’equilibrio: “L’idea mia e del club era di inserire giocatori che avessero vinto qualcosa, che sanno cosa vuol dire lavorare per vincere e per raggiungere obiettivi importanti. Di persone così c’è sempre molto bisogno”. Lo stesso con cui oggi il francese riassume con eccessiva umiltà la sua serata: “Il gol? Provo a fare il mio lavoro, a essere al posto giusto al momento giusto”. La fotografia della deviazione che ha affondato il Milan. E ora, anche il Milan sembra il posto giusto in cui essere. 

Giroud, il gol che non ha età: "Qui al Milan sono il grande fratello, è ora di vincere qualcosa"Fonte Repubblica.it

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