Germania, Götze cerca il riscatto dopo la malattia del metabolismo. Flick si affida all’eroe del 2014

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DOHA — L’idea è la stessa da tempo: isolarsi. La Germania ha scelto di costruire il suo Mondiale lontanissimo da Doha. Un centro benessere, a 111 chilometri dal centro della capitale del Qatar, ma anche dallo stadio in cui stasera esordirà contro il Giappone, il Khalifa, tempio dell’Aspire Academy, un misto tra il nuovo Wembley e una moschea, con tanto di minareto.   

Germania, il Mondiale nasce in una Spa 

In pratica il ct tedesco Hansi Flick ha scelto di chiudere se stesso e i calciatori lontanissimo dai rumori del pubblico – anche del pubblico tedesco – in un tempio rilassante e irraggiungibile: nessun mezzo pubblico arriva lassù, sulla punta più a nord del Qatar. Con Uber ci vorrebbero un’ora e venti e più di 50 euro a tratta, ammesso che qualcuno ti ci porti. E non è un hotel, ma una specie di gigantesca Spa. Una scelta che ricalca quella del 2014, quando il torneo finì in trionfo: in quel caso, la Federcalcio tedesca fece realizzare un intero centro tutto per sé su una spiaggia a 25 chilometri dal paese più vicino. Voleva avere tutto vicino, senza dover ingaggiare trasferimenti in pullman per allenamenti e conferenze stampa. Qui ha fatto più o meno lo stesso: centro benessere vista mare, il Zulal Wellness resort, campi d’allenamento a pochissima distanza. Il Mondiale si gioca lontano, ma lì, nella quiete, Flick conta di ricostruire un ecosistema da titolo Mondiale. Anche contando su un amuleto.  

Götze l’amuleto: dal paradiso all’inferno (e ritorno)

L’ultima partita con la Mannschaft l’aveva giocata a novembre del 2017. Cinque anni dopo, la Germania riscopre Mario Götze. Dal paradiso all’inferno e ritorno, visto che fino a luglio, era una riserva nel Psv. L’ultima notte veramente indimenticabile della sua carriera in fondo è vecchia di 8 anni. Ma è anche il punto più alto che un calciatore possa toccare: il gol in finale ai Mondiali del 2014, nei supplementari contro l’Argentina, che ha dato la vittoria alla Germania. Ma se Flick lo ha chiamato non è solo per utilizzarlo come amuleto. Ma perché ha (ri)visto qualcosa. Un anno prima di decidere il Mondiale, Mario era arrivato al Bayern e pareva l’inizio di una scalata da Pallone d’Oro. E invece, due anni più tardi era già tornato al punto di partenza: il ritorno al Dortmund del 2016 sapeva di bocciatura. Non sarebbe stata l’ultima. Tempo dodici mesi e la Germania che lui aveva incoronato d’alloro lo scaricava. Non il Borussia. Che ha avuto pazienza, aspettandolo, convinto di rivedere il trequartista meraviglioso di cui s’era innamorato Guardiola. E invece nulla.  

Götze, la malattia dietro il crollo

Le scale per l’inferno possono essere lunghissime. Il motivo dietro questo crollo era un problema medico: si chiama miopatia metabolica, una malattia che un cattivo funzionamento del metabolismo energetico che impedisce di bruciare correttamente i grassi e provoca una mancanza di forza nei muscoli, soprattutto negli arti inferiori. Era più lento, meno efficace nei dribbling, meno rapido nei movimenti. Quando guarisce è comunque un ragazzo di 28 anni fuori forma: passa dal Dortmund al Psv Eindhoven nel 2020, una discesa rapidissima ai margini del calcio. Offerto a più di un club italiano, s’era sentito rispondere “no, grazie”. Dopo due stagioni anonime in Olanda, in estate lo ha voluto l’Eintracht. La squadra che ha lanciato Jovic e Kostic ha provato il percorso inverso: rilanciare un talento perduto. I 2 gol in 15 gare di Bundes sono stati sufficienti a Flick per richiamarlo. In cerca di un talento, e forse di un amuleto.  

Fonte Repubblica.it

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