Gerd Müller, l’attaccante che faceva solo grandi gol

Jan Jongbloed faceva il tabaccaio, amava la pesca, giocava al calcio senza prendersi troppo sul serio. Ruud Krol era una delle tante stelle di una squadra immensa, impreziosita ancor di più dalle gemma Cruyff: li univa la maglia arancione e il fatto di giocare la partita più importante della loro vita. Quando il 7 luglio del 1974, 43 minuti dopo l’inizio della finale del Mondiale, Gerd Müller addomesticò un cross di Bonhof in maniera strana, mandando la palla all’indietro, erano loro gli ultimi baluardi a difesa della porta olandese. Capirono presto che quello stop era solo in apparenza approssimativo, capirono di essere finiti sotto il tiro di un cecchino che non sbagliava praticamente mai. Jan neanche si tuffò, nel suo pragmatismo da commerciante era inutile farlo, non sarebbe servito. Ruud tentò disperatamente di opporsi, ma non riuscì: la palla gli passò tra le gambe finendo in rete. Un momento, tante verità: la Germania Ovest vinse 2-1 e conquistò il titolo, Gerd Müller, decisivo già nel 1972 nella conquista dell’Europeo, chiuse in cima al mondo la propria carriera in nazionale a soli 28 anni. ‘Der bomber’ se ne è andato a 75: li aveva compiuti lo scorso 3 novembre senza accorgersene, avvolto nel sonno crudele del morbo di Alzheimer.

Forse non si era accorto di nulla neanche nel giorno dei 70: allora erano passati 4 anni dalla prima spallata del male. A Trento, dove le giovanili del Bayern da lui dirette erano in ritiro. Sparito, lo avevano trovato alcune ore dopo, a vagare senza un perché: era il segnale che nulla sarebbe stato più come prima. Ma probabilmente nulla era stato come prima dal quel lontano giorno di luglio. Müller avrebbe vinto ancora con il Bayern, aggiungendo alla prima coppa dei Campioni conquistata nel 1974 (‘ovviamente’ sue due delle reti nella finale bis contro l’Atletico Madrid) quelle del 1975 (a segno a Parigi contro il Leeds in una notte di violenza hooligans per le strade) e del 1976. Avrebbe fatto altri tre anni con i bavaresi, poi l’avventura americana. In quel tempo andava molto. Non a New York con i Cosmos del suo grande amico Franz Beckenbauer, ma in Florida, con i Fort Lauderdale Strikers.

Un paio di stagioni niente male, poi la caduta agli inferi. Gli affari in malora, la depressione e il tentativo di curarla con l’alcol. Senza più Jongbloed, senza più Albertosi, bucato due volte in ItaliaGermaniaquattroatrè, senza quella culla di emozioni dell’area di rigore avversaria. Si sentì tremendamente inutile. Senza più niente da dare, soprattutto senza più niente da dimostrare. A stimolarlo non c’era più Zlatko Cajkovski, che quando nel 1964 se lo vide recapitare dal Nördlingen, si interrogò sulle possibilità di quel tipo grassoccio. Il Bayern ancora non aveva conosciuto la Bundesliga, eppure in squadra aveva due giovanotti di belle speranze come Franz Beckenbauer e Sepp Maier.

Müller convinse Cajkovski, convinse il mondo: tozzo, baricentro basso, ma con delle cosce atomiche e una velocità di esecuzione che sarebbe all’avanguardia anche nel calcio di oggi. Destro, sinistro, stacco di testa: un campionario sfoggiato prevalentemente in area. Anche con tocchi che potevano sembrare banali e gli valsero l’appellativo di ‘uomo dei piccoli gol’. Ma quei gol erano quasi tutti grandi: 566 in 607 match ufficiali con il Bayern, 68 in 62 presenze in Nazionale. Convinse tutti, non riuscì a farlo con se stesso. Dopo il calcio non accettò che la vita potesse andare oltre l’ebbrezza del gol.

“Senza di lui la Germania e il Bayern non avrebbero vinto così tanto”, recitavano ammirati i vecchi compagni. E quando loro, che la scommessa con la vita l’avevano vinta, lo incrociarono in un aeroporto stentando quasi a riconoscerlo, gli tesero la mano. Prima la disintossicazione, poi un ruolo importante nelle giovanili. Erano i primi anni novanta, il riscatto dopo la caduta, il matrimonio con Ursula tornato saldo dopo momenti di naufragio. Proprio lei gli è stata vicino fino all’ultimo. Alla Bild recentemente aveva detto: “È così bello quando riapre gli occhi anche solo per un istante”. Chissà, forse in quel momento vedeva Albertosi o Jongbloed, o magari quel pezzo di terra chiamato area di rigore, l’unico posto dove era stato felice.       

Fonte Repubblica.it

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