Demetrio Albertini: “Il Milan ha meritato, se vince lo scudetto sarà ancora più bello, perché è inatteso”

MILANO. Albertini, da ex campione esperto in scudetti, come può il Milan perdere il suo diciannovesimo?
“Lo sport ci insegna che tutto è possibile, però sarei stupito se sprecasse l’occasione. Anche perché ha meritato di trovarsi in questa situazione”.

A parte il fatto che gli basta il pari, Sassuolo e Sampdoria sono appagate: come fanno Milan e Inter a non batterle?
“Non è un luogo comune che non esistano partite scontate. Una squadra entra in campo libera da pensieri, l’altra sa che il risultato è vitale. A nessuno piace mai perdere e non piacerà al Sassuolo, né alla Sampdoria. Dipenderà molto dalla capacità di indirizzare presto la partita, per non restare preda della  preoccupazione”.

Quali analogie vede coi suoi cinque scudetti milanisti o con quello vinto al Barcellona?
“Nessuna. L’unica plausibile è che anche nel 1999 il Milan non era favorito a inizio campionato, ma il paragone regge fino a un certo punto. Quella era una squadra più esperta, al principio di un ciclo di ricostruzione. Questa è più giovane, ma arriva da un progetto lungo due anni e mezzo, più o meno dal post pandemia a oggi. Al massimo può esserci una sensazione comune”.

Demetrio Albertini, 50 anni Demetrio Albertini, 50 anni
Demetrio Albertini, 50 anni 

Quale?
“L’ultimo dei miei cinque scudetti al Milan è quello che avevamo festeggiato di più e con più trasporto, anche i tifosi, perché era inatteso. Se andrà bene, credo che sarà così anche stavolta”.

Inatteso sì, ma ormai da due anni Milano occupa le prime due posizioni della Serie A.
“Senza togliere nulla alle altre città, alla fine è il posto che Milano merita: per storia e per quello che ha costruito. È abituata a vivere in alto, stiamo parlando di squadre che devono stare sempre lì: in Italia e in Europa”.  

Il Milan di Pioli è un prototipo di calcio nuovo, come quello di Sacchi?
“Il calcio è sempre lo stesso, ma si evolve. E Pioli, anche tatticamente, come tutti gli allenatori moderni è davvero attento a evolversi. Poi la cosa più importante è l’interpretazione della partita. La tattica soffoca il talento se, quando giochi, pensi solo a quello. Invece valorizza il collettivo, e all’interno del collettivo il talento, se il calciatore, seguendo la traccia che gli dà l’allenatore, riesce a mettere a profitto le sue doti”.

Allude all’abilità coi piedi di Maignan?
“Quello è l’esempio su tutti: il portiere che fa anche il regista. Può capitare qualche errore, tipo Radu con l’Inter o Donnarumma col Psg, ma è inevitabile questa evoluzione del ruolo, altrimenti regali un giocatore all’avversario. Poi ci sono i terzini che fanno le ali o i centrocampisti che scambiano le posizioni e diventano universali”.

Tipo Tonali, paragonato un po’ a tutti i centrocampisti del passato, incluso lei?
“Certo. Tonali è un po’ tutto, è moderno. Ha caratteristiche da mezzala, ma può anche giocare davanti alla difesa. Ed è pure un incontrista”.

L’Inter di Simone Inzaghi è meno moderna?
“Fino a oggi ha giocato bene e può darsi che abbia leggermente più talento del Milan, ma la differenza in classifica è di appena due punti. Un campionato, a volte, è questione di momenti di pressione: di quando ti capitano e di come li gestisci”.

Lei divise gli allenatori in due categorie: quelli che gestiscono, come Capello, e quelli che insegnano, come Sacchi: Pioli dove sta?
“La mia era una macrodistinzione: non si può mai dire che un allenatore abbia vissuto solo di gestione o che un altro abbia solo insegnato. Perciò non si può fare questa generalizzazione per Pioli e neanche per Inzaghi. Poi è chiaro che, quando i mister salgono di livello, certamente insegnano. I ragazzi del Milan sono migliorati tanto”.

Le ultime Champions vinte da Milano sono del 2010 (Inter) e del 2007 (Milan): che cosa manca ancora?
“Il discorso non vale solo per Milano, ma per la Serie A. Quando le nostre squadre mettono la faccia fuori, magari giocano belle partite, ma non sono nella fascia delle favorite. Possono mancare un po’ di ritmo e un po’ di giocatori di talento, ma secondo me è soprattutto questione di esperienza. La Champions la esige, ci vuole grande solidità. Il Milan in questa edizione aveva alcuni giocatori con più partite in Nazionale che nelle coppe”.

Juventus a parte, mancano anche le seconde squadre, il suo chiodo fisso da dirigente sportivo e adesso da direttore del settore tecnico della Figc?
“Sì, lo dico dal 2010. Ma è un discorso di sistema, serve un progetto sportivo. Non bisogna inventarsi nulla. Altri Paesi lo fanno con grandi risultati. Le seconde squadre possono aiutare i nostri giovani ad arrivare in alto”.

Il secondo Mondiale mancato nasce da un allarme inascoltato?
“Prima di tutto dobbiamo capire se vogliamo arrivare ad avere nel nostro campionato un maggior numero di giocatori convocabili in Nazionale, rispetto a oggi. Se sì, serve un progetto sportivo che coinvolga tutte e quattro le leghe: i loro interessi, oggi, sono troppo diversi. Le normative per fare giocare più italiani non sarebbero applicabili in un contesto europeo. Però, se non può essere obbligatorio fare giocare gli italiani, non è nemmeno obbligatorio non farli giocare. Ci vogliono percorsi studiati. Ci nascondiamo sempre dietro l’alibi delle generazioni più o meno prolifiche di talenti, ma a volte ci sono talenti che trovano le porte chiuse, magari per essere maturati calcisticamente con un anno di ritardo”.

Gli stadi sono davvero un limite?
“Lo sono. Non mi va di essere superficiale e non entro nel merito della scelta tra la ristrutturazione di San Siro o la sua ricostruzione. Ma il problema, per una città che resta l’unica in Europa ad avere vinto la Champions con tutte e due le sue squadre, esiste. San Siro si può immaginare che cosa significhi per me ed è certamente  affascinante. Però i canoni dello stadio moderno sono un’altra cosa”.

Tra i dirigenti moderni è emerso Paolo Maldini: si può immaginare, come Real e Bayern, un Milan gestito dai suoi ex campioni, col loro senso di appartenenza?
“In questi anni Paolo ha acquisito esperienza, anche se ha un ruolo diverso dal suo passato, e sta dando il suo contributo alla società che ama. Essere dirigente è un altro lavoro, bisogna appunto acquisire l’esperienza, che è l’unica cosa che non si compra. Così uno come Paolo ha potuto mettere a frutto, per il bene del Milan, ciò che un dirigente senza il suo passato non può avere”.

Riuscirà a trattenere Leao?
“È doveroso lasciare questi discorsi a Paolo”.

Il no a Donnarumma e Kessié e agli ingaggi troppo alti è la strada giusta?
“Oggi devi valutare tra la possibilità di spendere e la sostenibilità economica, è l’unica cosa che un club può fare. Oggi un progetto sportivo non può consistere solo nella squadra, ma deve tenere conto del club”.

Vede Ibrahimovic ancora nel Milan, sia che decida di continuare sia che scelga di ritirarsi?
“In qualunque caso sarà la società a stabilire le eventuali modalità con cui tenerlo. Di sicuro l’importanza e il carisma di Ibra non se li è mai nascosti nessuno”.

Demetrio Albertini: "Il Milan ha meritato, se vince lo scudetto sarà ancora più bello, perché è inatteso"Fonte Repubblica.it

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