Da Trapattoni a Conte, l’evoluzione dell’Italian job

Nel bene e nel male quel che abbiamo fatto ci precede, suscita emozioni e crea aspettative. Il boato col quale giovedì sera la gente del Tottenham ha salutato la chiamata di Antonio Conte da parte dello speaker è un messaggio: un’impressionante attesa di felicità, figlia dei risultati che altrove, con Conte, sono fluiti copiosi. Del resto l’Italian Job ha basi solidissime in Inghilterra, dalla serie di coppe vinte a fine anni 90 da Gianluca Vialli, giocatore-allenatore del Chelsea pre-Abramovich, all’Europa League che Maurizio Sarri ha lasciato in eredità ancora al Chelsea, nel 2019, prima di vivere la sua breve stagione in bianconero.

In principio fu il Trap

Se oggi è normale vedere tecnici italiani sulle panchine più prestigiose, trent’anni fa nessuno di loro ambiva ad allontanarsi dalla Serie A, per tutti “il campionato più bello del mondo”. Il primo grande a muoversi fu Giovanni Trapattoni. Fallito il ritorno alla Juventus dopo i sei scudetti del primo ciclo, nel 1994 il Trap venne ingaggiato dal Bayern su iniziativa di Karl Heinz Rummenigge, diventato vicepresidente e deciso a rilanciare un club in crisi col tecnico che aveva conosciuto e apprezzato all’Inter. Non andò bene, ma un seme era stato piantato: dopo un’altra stagione di caos con tre cambi in panchina, il Bayern richiamò il Trap col quale vinse la Bundesliga 96-97 (tra i giocatori c’era Thomas Strunz, reso celebre un anno dopo dal suo allenatore). La certezza del titolo arrivò il 24 maggio, data storica perché è la prima bandierina piantata dalla scuola tecnica italiana in un grande campionato straniero. Appena tre settimane dopo, il 14 giugno, sarebbe arrivata la seconda: il Real Madrid di Fabio Capello campione di Liga.

Fabio Capello contro la presunzione del Barcellona

Seccato perché dopo tre scudetti consecutivi qualcuno al Milan aveva mugugnato sul quarto posto del 1995, Capello ne aveva vinto un altro per mettere in chiaro le cose e aveva poi salutato la compagnia, forte di un’offerta di Lorenzo Sanz, all’epoca presidente del Real che non se la stava passando granché bene, in quel periodo: un solo titolo in sei stagioni dominate dal Barcellona di Cruyff e con l’inatteso inserimento dell’Atletico di Antic, guidato in campo da un giovane guerriero di nome Diego Simeone. Così Sanz pensò a una mossa che quattordici anni dopo Florentino Perez avrebbe replicato con Mourinho: ingaggiare il tecnico che meglio era riuscito a imbrigliare e sconfiggere la presuntuosa potenza creativa dell’odiato Barça. Nel maggio del ’94, Capello aveva firmato ad Atene la masterclass della sua carriera: il sonoro 4-0 ai catalani in una finale di Champions che tutti pensavano blaugrana. Strappare l’allenatore al Milan in quel momento era impensabile, due anni dopo non più.

Gli italiani al posto di olandesi e slavi

Capello e Trapattoni segnarono la strada dell’emigrazione tecnica di altissimo livello. Dominante negli anni 80, la Serie A aveva iniziato a perdere peso dopo Italia 90, il culmine di un’epoca nella quale nessuno poteva dirsi un campione prima senza averlo dimostrato nei nostri stadi (Maradona ha sempre raccontato che la Serie A di quegli anni equivaleva a giocare ogni domenica un Mondiale): quella dei due allenatori era stata quindi una fuga di cervelli, destinata negli anni a intensificarsi perché l’offerta dall’estero divenne prima preferibile, e poi preponderante, per qualità tecnica e dimensione economica. Una rivoluzione, che cominciò a coinvolgere i giocatori: da Paese importatore diventammo anche esportatore, e la Serie A slittò dallo status di massimo torneo nazionale a quello di campionato di formazione, sia pure di alto bordo.
Abbiamo visto Capello confrontarsi con Johan Cruyff e poi succedere, nell’albo d’oro della Liga, a Radomir Antic: un olandese — e che olandese! — e un serbo, le due nazionalità più gettonate dell’epoca sulle panchine di tutto il mondo, la prima perché portatrice del calcio totale, la rivoluzione della modernità, la seconda per la proverbiale adattabilità della scuola slava. Il tempo degli Hiddink, dei Beenhakker e dei Van Gaal da una parte, quello dei Milutinovic, dei Boskov e degli Ivic dall’altra: in entrambi i casi avanguardie seguite da eserciti di allievi meno famosi.

Claudio Ranieri di nuovo nel campionato del suo miracolo sportivo

Portoghesi e italiani hanno integrato e in molti casi sostituito l’egemonia delle vecchie scuole tecniche. Se fate una capatina su Transfermarkt, il database più aggiornato, alla voce “allenatori italiani all’estero” trovate otto schermate di nomi, da Carlo Ancelotti che è tornato quest’anno al Real Madrid dopo averci vinto la Champions nel 2014 a Maurizio Cannellino, responsabile dell’Under 17 dello Schaffhausen, in Svizzera. Due dei venti volanti di Premier League, i più ambiti del mondo, sono nelle mani di piloti italiani: Conte al Tottenham si è infatti aggiunto a Claudio Ranieri, da tre settimane al Watford. Due su venti sono perfino pochi, se consideriamo che il torneo nazionale da tempo dominante è stato vinto da allenatori italiani per quattro volte fra il Chelsea del 2009 (Ancelotti) e quello del 2017 (Conte): in mezzo Mancini ha aperto nel 2012 l’epopea vincente del City e Ranieri, nel 2016, ha scritto con il Leicester la straordinaria storia di calcio e di vita che sappiamo. Non basta: fino al recente trionfo di Tuchel, l’unico tecnico capace di portare una rocambolesca Champions a Roman Abramovich era stato Roberto Di Matteo. Abbiamo elencato i titoli vinti nei campionati più ricchi: Inghilterra, Spagna e Germania. Vanno aggiunte la Francia (Ancelotti al Psg), la Russia (Spalletti allo Zenit, Carrera allo Spartak), Portogallo e Austria di Trapattoni, Romania e Serbia di Zenga, l’Ucraina di Nevio Scala (allo Shakhtar, dove da quest’anno c’è De Zerbi), Bigon in Svizzera, Marco Rossi in Ungheria e Bordin in Moldova. Gli ultimi due sono poi stati premiati con la nazionale, e Rossi all’Europeo ha persino pareggiato con Francia e Germania.
Marcello Lippi ha ormai lasciato la Cina, con la quale non è riuscito a ripetere i grandi risultati ottenuti col Guangzhou Evergrande, vincitore della Champions asiatica del 2013. Due anni prima Zaccheroni aveva vinto la Coppa d’Asia col Giappone. Oggi le nazionali in mani italiane sono otto: di Ungheria e Moldova abbiamo già detto, aggiungete l’Azerbaigian con De Biasi, già protagonista in Albania dove attualmente comanda Edi Reja. E poi Mangia a Malta, Varrella a San Marino, Cusin nel Sudan del Sud, per finire a Checco Moriero commissario tecnico delle Maldive. Uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

Fonte Repubblica.it

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