Da Messi a Griezmann, perché il Barcellona perde i suoi campioni

BARCELLONA – “La situazione è più drammatica di quanto pensassimo”. I 1.350 milioni di debiti ricevuti in eredità da Josep Maria Bartomeu hanno, senza dubbio, condizionato – e pure tanto – le strategie di mercato di Joan Laporta. Tuttavia, dopo la volontaria spoliazione della scorsa notte, viene da chiedersi se la nuova dirigenza del Barcellona abbia fatto di tutto per rendere meno amari i prossimi dieci mesi ai propri tifosi. E la risposta è no.

Laporta ‘troppo’ solo al comando del Barça

Che la candidatura di Joan Laporta fosse quella di un uomo solo al comando lo si sapeva sin dal giorno della sua presentazione. Ciononostante, durante la sua prima  – e gloriosa – avventura sulla poltrona più comoda del Camp Nou, l’avvocato catalano si era saputo circondare da validi collaboratori: “Il punto di riferimento era ed è Johan Cruyff”. Il problema è che il Flaco non c’è più e, senza di lui, l’attuale numero uno culé ha perso l’unica persona di cui temeva il giudizio, l’unico amico senza peli sulla lingua che non si faceva problemi a contraddirlo. Ed è proprio di questo che, oggi, si sente più la mancanza all’ombra del Camp Nou: di un punto di vista alternativo a quella del capo. Di una figura in grado di far capire al solista che senza una buona squadra non si vincono trofei.

Koeman: “Il Barcellona non può competere con City, United o Psg”

La sensazione è che i dirigenti blaugrana, quei tre o quattro che hanno diritto a dire la loro sui temi più importanti, si sono ritrovati a lavorare nonostante – e non con – Laporta. Sistemare la drammatica situazione contabile doveva, per forza di cosa, essere la priorità del nuovo presidente. Tuttavia, era stato proprio il caudillo catalano ad assicurare che “non esistono stagioni di transizioni al Barcellona”, promettendo a destra et manca, novello Brancaleone, che la rosa che avrebbe consegnato a Ronald Koeman sarebbe stata sufficientemente valida per lottare su tutti i fronti. Ma è andata in maniera diversa. Basti pensare che alla vigilia della gara vinta domenica scorsa contro il Getafe, il tecnico olandese era stato, come al solito, estremamente franco: “Dobbiamo essere realisti e riconoscere che non possiamo lottare per essere i migliori al mondo. Economicamente non possiamo competere con City, United o Psg”. In quel momento, però, il tecnico olandese conservava la speranza di riuscire a piazzare qualche esubero per aver un benché minimo margine di manovra che gli permettesse di piazzare un ultimo guizzo: “Il club sa quello che voglio e chi voglio. Rispetto tutti i calciatori, ma alcuni sanno che difficilmente avranno minuti. Quando recupereremo tutti gli infortunati avremo 31 o 32 calciatori e questa è una cosa che non spiegano al corso di allenatore…”.

Parole amare pronunciate sabato scorso e, quindi, prima di incassare il colpo letale inferto da Laporta da Norcia alla sua rosa: la cessione di Antoine Griezmann. E già, perché ai pochi che, dopo l’addio di Lionel Messi, si erano consolati pensando che “Grizi avrà, così, l’opportunità di giocare nel suo ruolo” – e tra questi c’era proprio l’allenatore blaugrana – ci vorrà qualche giorno per riprendersi da quanto successo ieri notte: regalare Griezmann all’Atlético, rendendo ancora più difficile il percorso in Liga (almeno fino a ieri il vero obiettivo del Barça), e sostituirlo con Luuk de Jong è troppo anche per chi, negli ultimi anni, ha vissuto ogni tipo di umiliazione, sia in campo che fuori.

Umtiti, Pjanic e Coutinho: le cessioni mancate del Barça

Nel frattempo, nessuno è riuscito a trovare una sistemazione a Samuel Umtiti, Miralem Pjanic e Philippe Coutinho, solo per citare chi, tra gli esuberi, guadagna di più. Ed è proprio per questa ragione che viene da pensare che la direzione sportiva blaugrana sia rimasta, nel migliore dei casi, ostaggio del proprio presidente. Nel peggiore, invece, bisognerebbe parlare di incompetenza ai più alti livelli. Ma non è questo il caso: Mateu Alemany non può essere diventato improvvisamente un brocco. E nemmeno Ramón Planes. E così, comincia a insinuarsi il dubbio che il presidente Laporta avesse tutto chiaro sin dall’inizio. Sapeva che avrebbe dovuto sacrificare i 60 gol stagionali e i 135 milioni di ingaggio di Messi e Griezman, due titolari, sull’altare dell’austerità e che si sarebbe dovuto accollare gli oltre 50 percepiti da Umtiti, Pjanic e Coutinho, tre panchinari. La differenza, rispetto al suo primo mandato, è che quindici anni fa lo avrebbe detto pubblicamente, come quando non si fece problemi a scaricare Ronaldinho, Eto’o e Deco, i tre principali artisti del rinascimento blaugrana targato Rijkaard. Oggi, invece, ‘Jan’ ha preferito alimentare false speranze sia su Messi (“farò di tutto per farlo restare”) che sulla competitività della squadra nonostante le ristrettezze economiche (“non esistono stagioni di transizione”). Ed è proprio questo cambio di paradigma a preoccupare maggiormente i soci e i tifosi culé, perché dove prima c’era un piano di battaglia logico e coerente, oggi c’è una strategia segreta, mascherata da arruffona improvvisazione. Dove prima c’era sincerità, oggi c’è una fumosa liena di comunicazione volta ad anestetizzare ogni conato di ribellione alla cruda realtà.

Fonte Repubblica.it

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