Da Fashanu a Cavallo, perché il calcio respinge ancora i gay

Il primo fu un martire, un reietto emarginato dal mondo del pallone che finì ai margini della società, zavorrato da una storia dolorosa, segnata da un finale tragico. Il primo fu Justin Fashanu, inglese, “colored” come si scriveva allora, uomo fragile, centravanti dalla vita disordinata, talento mai sbocciato. Il suo coming out – ma ancora non si chiamava così – risale a una trentina d’anni fa. E’ il 1990 quando Justin Fashanu vende per 100.000 sterline l’esclusiva al “Sun”, si dichiara ufficialmente omosessuale, si libera di un peso e decreta la sua fine.

Ha 29 anni, la sua carriera ha già deragliato, la dipendenza dalla droga necessita cash. Nove anni prima il Nottingham Forest l’ha pagato un milione di sterline: mai prima di allora un giocatore di colore britannico è stato valutato tanto. Justin, figlio di genitori separati, è cresciuto in una casa-famiglia. La sua omosessualità è nota a tutti. Il celebre Brian Clough, che lo allena al Nottingham, lo insulta ripetutamente: “Sei un fottuto finocchio!”. Negli stadi inglesi lo sbeffeggiano, gli tirano banane. Suo fratello John – calciatore di successo – lo ripudia: “Mi fanno schifo quelli come lui”.

Dopo un solo anno viene ceduto in saldo al Southampton. Era la “Pantera nera”, è diventato un “Bloody Poof”, un “Dannato frocio”. La sua parabola declina rapidamente. Scivola in una zona d’ombra, diventa dipendente dalle droghe, va in Canada dove gioca a gettone, torna in Inghilterra e – per grattare un po’ di soldi ai tabloid – minaccia di far crollare il governo di John Major con delle clamorose dichiarazioni sulle notti brave trascorse con alcuni esponenti del partito conservatore.

Finisce tutto in una bolla di sapone. Poi la tragedia: un diciassettenne di Ashton Woods, accusa Fashanu di averlo narcotizzato e poi costretto ad avere rapporti sessuali dopo una serata di alcol e droghe. Succede nel Maryland, stato in cui all’epoca è ancora vigore una legge “anti sodomia” che punisce il rapporto orale anche tra moglie e marito. Justin finisce nei guai. Si sente braccato, si rifugia a Londra. Una mattina di maggio del 1998 lo trovano appeso con un cappio al collo, senza vita in un garage di Shoreditch.

Per molti anni il mondo del calcio ha occultato la storia di Justin Fashanu. Parlare di omosessualità in uno spogliatoio non sta bene. La liberalità è solo di facciata. Prevale la reticenza, l’ipocrisia, l’omissione. Prigionieri di una cultura maschilista, i calciatori omosessuali preferiscono rimanere nell’ombra. Però qualcosa ha cominciato a muoversi. Il portiere della nazionale giapponese Yoshikatsu Kawaguchi prima del Mondiale del 2002 viene escluso perché il suo ct – Philippe Omar Troussier – sospetta che sia gay. Non lo vogliono nemmeno i compagni, così lui rende pubblica la questione. In Germania il chiacchierato portiere del Brema Tim Wiese entra in campo con una maglietta rosa, ma sono i suoi stessi tifosi a sommergerlo di fischi, tanto da costringerlo a chiedere l’interruzione della partita per cambiare maglia e tornare – ehm, ehm – alla normalità. Sono gli anni in cui in Italia Marcello Lippi – CT della Nazionale Campione del mondo – assicura che “in quarant’anni di calcio non ho mai conosciuto un calciatore gay” e a Gianni Rivera “sembra strano che ci siano omosessuali in uno sport così rude”.

Ma i tempi cambiano. Lentamente, ma cambiano. Dieci anni fa suscitò scalpore il coming out di Anton Hysen, svedese, figlio di Glenn (ex Fiorentina): giocava nel campionato di B svedese, dichiarò la propria omosessualità. “Non penso sia un problema, no?”, ha detto. Un anno fa Albin Ekdal – centrocampista svedese della Sampdoria – ha partecipato ad una campagna di sensibilizzazione con un messaggio al Parlamento Europeo spiegando: “L’omosessualità è un tabù che va superato”. Ma il calcio maschile è un mondo a parte: nei cinque top-campionati europei non c’è stato un solo coming out. A carriera finita il tedesco Thomas Hitzlsperger – ex della Lazio – ha rivelato la propria omosessualità.

“Prima non era opportuno farlo”, ha spiegato. Un paio di settimane fa un arbitro inglese veterano della Championship – James Adcock – ha fatto coming out dicendo: “Giudicatemi per i miei arbitraggi. Non come arbitro gay, ma come arbitro”. Nel calcio femminile è diverso. L’azzurra Elena Linari – 27 anni, 70 presenze in Nazionale, una delle più forti calciatrici del movimento italiano – ha raccontato la sua relazione con una ragazza. “Non vedo quale sia il problema”, ha confessato. Ha ragione lei.

Fonte Repubblica.it

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