Da Che Guevara a Lucarelli, povero Livorno fuori anche dalla D

Le prime partite di calcio del Livorno che io ricordi le davano in differita su Telecentro, la tv locale, il segnale andava e veniva, le immagini erano sgranate e anche le riprese lasciavano a desiderare; la telecronaca vernacolare di Vezio Benetti – andatela a cercare su YouTube, merita – piena di esclamazioni roboanti, di iperbole, di maledizioni contro l’arbitro e gli avversari, contro la qualità infima dei campacci di periferia senza manco l’erba, contro insomma tutto il mondo che ovviamente remava contro di noi, ti faceva sentire meno solo. Giocavamo nel campionato nazionale dilettanti, inizio anni ’90; dopo decenni di magrissime glorie sportive, l’ultima era stata una coppa Italia di serie C, c’era stato un fallimento societario.

Oggi, dopo trenta anni, rieccoci daccapo: il Livorno appena retrocesso in dilettanti neanche riuscirà a iscriversi alla serie D. Colpa di casini societari ed egoismi “im-prenditoriali”: non c’erano più neanche i soldi per saldare i debiti col Comune e giocare allo stadio, il glorioso Armando Picchi, intitolato al grande sportivo livornese. Eppure non c’è ombra di disperazione, solo un po’ di dolce malinconia, perché nonostante tutto ne abbiamo visti di panorami incredibili, in questi anni.

Venimmo ripescati in C2, quella estate (1993) il figlio di amici di famiglia, si chiama Alessandro Martini, mi portò per la prima volta all’Ardenza. Amichevole estiva di lusso, Livorno-Sampdoria, Ruud Gullit con le sue treccine in campo, lo stadio era pieno, finì con un incredibile 2-2. Alla fine i tifosi si scambiarono le sciarpe, conobbi allora la parola “gemellaggio”. Vedevo dappertutto, su striscioni e bandiere, la faccia di un ragazzo con uno strano cappello e la barba, pensai per molto tempo che si trattasse di un tifoso della curva morto giovane e perciò omaggiato: era Che Guevara.

Non sapevo bene cosa volesse dire ma nel giro di poco lo avevo imparato, grazie ad Alessandro, che oggi fa il pompiere: noi eravamo tifosi del Livorno e quindi comunisti. Il che significava che in quanto tali eravamo scomodi, la squadra del Livorno detta anche “l’Unione” era scomoda, perciò sempre vittima di manovre oscure dei potenti del calcio, che poi erano i potenti del mondo. Su Supertifo, il magazine degli ultras che sempre Alessandro aveva a casa, cercavo le foto della nostra curva e mi emozionavo quando comparivamo, quando si ricordavano di noi e della nostra passione, perché una cosa era certa: più tifosi di noi non c’era nessuno.

Walter Mazzarri 

Dopo anni di scontri al vertice della C2 con squadre tipo Gualdo, Fermana e Castel di Sangro, riuscimmo a salire di categoria. Il nostro livornesissimo bomber si chiamava Enio Bonaldi (veniva al mio stesso stabilimento balneare e poterlo vedere dal vivo, non solo sul Tirreno, mi inorgogliva molto). In difesa c’era Roberto Vincioni, tirava anche i rigori, un anno segnò 12 gol. Appena arrivati in C1 facemmo un record nazionale: nove vittorie di fila a inizio campionato, la notizia travalicò i confini della provincia. Altro orgoglio. Poi però ci perdemmo di strada, il doppio salto verso la B saltò. Perdemmo una finale dei play off a Reggio Emilia, contro la Cremonese e nonostante l’esodo di 15 mila livornesi, un altro amico era convinto che il famoso “sistema” volesse loro nella seconda serie perché Sergio Cofferati era originario di Cremona. Contraddizioni e follie complottiste in seno alla sinistra, ma all’epoca ne ero risparmiato, non avendo ben in mente chi fosse Cofferati (diversi anni dopo lo conobbi, non l’ho mai sentito parlare di calcio, figuriamoci della Cremonese).

Però la storia doveva per forza essere dalla nostra parte. Sarebbe finita l’epoca dei padroni banditi, delle cordate da quattro soldi, dei finti ricchi che speculavano sulla pelle di una tifoseria generosa e senza macchia. Scrissi una lettera con queste argomentazioni al Guerin Sportivo, sperando che si occupasse delle nostre sofferenze, non la pubblicarono ma in compenso misero il mio nome e indirizzo in una pagina che faceva trovare amici di lettera, qualificandomi come tifoso del Livorno in cerca di corrispondenze. Mi scrissero in tre o quattro, risposi solo a una mia coetanea di Genova.

Segno del destino, di lì a poco proprio da Genova arrivò un imprenditore a comprarci, qualche anno prima aveva portato il Genoa in coppa Uefa, quello di Thomas Skuhravy e Pato Aguilera. Comprata la società a metà stagione, Aldo Spinelli portò Ciccio Desideri, ex di serie A, fu un mezzo flop ma cominciammo a sperare in un futuro radioso. Sapevamo tutti che Spinelli era planato a Livorno per mai specificati “interessi al porto”, però ci stava, così va il mondo. L’estate seguente, anno 1999, regalò alla città Igor Protti, proprio lui, l’ex capocanonniere della serie A, un riminese innamorato di Livorno (ci aveva giocato da giovanissimo) e col cuore molto a sinistra che accettava l’inferno della C1. I ricordi qui potrebbero accavallarsi, ma ci fu anche uno storico derby dopo tanti anni col Pisa, la città era blindata, gli elicotteri su a vigilare, i biglietti erano introvabili, con i soliti amici di famiglia ripiegai con visione ad una stracolma sezione del Pds di Ardenza Terra. Finì 1-1, anche i pisani naturalmente erano più benvoluti dal sistema rispetto a noi: per loro fece gol tal Andreotti con punizione dal limite molto sospetta.

Intanto sempre in quel 1999 nacquero le Brigate autonome livornesi, si fusero pezzi diversi del tifo organizzato, la curva da rossa diventò rossissima, anzi stalinista, un florilegio di falci e martello, stelle rosse, sol dell’avvenire, Cuba e Palestina, scritte in cirillico e faccioni di Stalin, striscioni a favore di questa o quella lotta operaia, raccolte fondi per Emergency, promesse di scontri con i “fascistoni” che si azzardavano a mettere piede in città. Quella esibizione sfacciata di santini del socialismo era orgoglio per delle origini che tutto sommato ormai in pochi ricordavano davvero; ma soprattutto si trattava di gusto supremo di provocare, di stupire, di andar contro (contro chi, cosa? Contro tutto, anche il tempo).

Ci vollero tre anni di cura Protti, unita alla personalità dell’allenatore Osvaldo Jaconi (chiamato vozd, capo del popolo in sovietico, altro simpatizzante del rosso acceso) a farci tornare in serie B dopo 55 anni. Apoteosi di una città che ormai poteva anche dirsi soddisfatta, la B era la giusta dimensione: grandi ma non grandissimi, orgogliosi ma onestamente umili. Anche se si covava il sogno. Quando il livornese Cristiano Lucarelli, aderendo alla causa del Livorno prima e del comunismo poi, decise di togliersi un miliardo dalle tasche pur di tornare a casa, lui che pochi anni prima con l’under 21 fece scandalo mostrando la faccia del Che sotto la maglia azzurra dopo un gol, si capì che nulla era irrealizzabile. Con un giovane nuovo e poco conosciuto allenatore in panchina, Walter Mazzarri, con un imberbe Giorgio Chiellini in difesa, e davanti la coppia Protti-Lucarelli che da sola fece quasi 60 gol, la rivoluzione era diventata realtà: il Livorno in serie A. “‘Un ci ‘redo”, cioè “non ci credo”, fu per mesi la frase in bocca di tutti.

A quel punto la storia poteva anche terminare, ma per davvero. Avevamo avuto tutto. Dalle trasferte toscane e liguri in campi sterrati al calcio dei ricchi, al salotto buono dello sport mondiale. Invece la favola sembrava non finire: la prima del campionato di A mise il piccolo Livorno di fronte al grande Milan di Silvio Berlusconi, a San Siro. I richiami simbolici della sfida erano parecchi e anche scontati. Quel giorno 12 mila livornesi sbarcarono a Milano, a migliaia con in testa la bandana bianca per prendere in giro il Cavaliere, reduce da un’estate con Tony Blair ospite accolto proprio in bandana. Finì 2 a 2, doppietta di Lucarelli, il Livorno passò anche in vantaggio, poi gli fu annullato un gol regolare, il “sistema” era forte ma stavolta gli s’era messo paura.

Tutti cominciarono a conoscere Livorno fuori da Livorno e oltre alle locandine del Vernacoliere: sì ha il mare Livorno, sì è in Toscana, no non è una città d’arte classica, si dice cacciucco con due c mi raccomando, noi la “c” non la aspiriamo ma la leviamo e basta, no non esistono solo i traghetti per la Sardegna, eh sì Livorno ha un suo fascino particolare. E poi: Amedeo Modigliani, Piero Ciampi, Pietro Mascagni, Giovanni Fattori, Carlo Azeglio Ciampi eccetera eccetera. Il calcio serviva a parlare di noi, a raccontare una storia incredibile di una città senza radici, nata per decreto dei granduchi e popolata da ex galeotti, ebrei sefarditi in fuga, armeni, greci, olandesi, diseredati, gente quasi sempre spiantata in cerca di fortuna o di un porto franco per fare affari.    

Dal 2005 in poi Livorno ha visto: la coppa Uefa, superando un girone e arrivando ai sedicesimi di finale; un capocannoniere del campionato (Lucarelli); un portiere in nazionale (Marco Amelia); un ex allenatore diventato ct della nazionale (Roberto Donadoni); una ospitata al Picchi della nazionale con la curva senza alcun tricolore per protestare “contro ogni nazionalismo”; le giocate da brasiliano di Alessandro Diamanti. Insomma, non ci si è mai fatto mancare nulla né si è mai evitato di farci riconoscere seduti in una tavola dove in genere tutti mangiavano attenti alle buone maniere e ai giusti argomenti, tranne noi.

Ovvio che non poteva durare a lungo. Era troppo per tutta la città, che sotto sotto aveva voglia di tornare nel proprio piccolo a riposare, come quando dopo un lungo e franco colloquio con un manager impettito hai solo voglia di silenzio e ti senti pure un po’ depresso. Ci siamo raccontati per bene, con la giusta e sacrosanta esagerazione; ci siamo divertiti, ci è andata di lusso, ora torniamo serenamente da dove siamo venuti. Ma non è detto che prima o poi non ribusseremo alle vostre porte.

Fonte Repubblica.it

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