Cristiano Ronaldo-Messi, appuntamento nel Qatar per l’ultimo duello tra i giganti

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Cristiano Ronaldo-Messi, appuntamento nel Qatar per l'ultimo duello tra i giganti

Questa è una storia crepuscolare, un lungo addio che dopo le pagine di epica sportiva scritte negli stadi più celebri del mondo si avvia a conclusione nel deserto, scenario neutro per eccellenza, ideale per l’ultimo atto. Contando i cinquanta giorni che mancano al Qatar, Leo Messi ci arriverà a 35 anni e mezzo mentre Cristiano Ronaldo sarà ormai in vista dei 38. Anni affollati: di vittorie di squadra, di trofei individuali e soprattutto di gol in quantità (e qualità) enorme, impressionante, soprannaturale. È stata la più grande rivalità diretta nella storia del calcio, dove per diretta si intende occhi negli occhi in un tunnel ad attendere che l’arbitro dia l’ordine di entrare in campo, e lì battersi a suon di prodezze e, perché no, pure calcioni. Ci chiederemo per sempre chi fra Maradona o Pelé, ma i due si sono affrontati faccia e faccia soltanto in uno studio televisivo, magari senza cravatta ma entrambi in giacca. Messi-Ronaldo è stata un’altra storia, calda non a parole ma nei fatti. Che importanza può mai avere il dubbio su Laver o Federer, quando lo spettacolo di Federer contro Nadal ci ha riempito un così lungo tratto di vita?

Per entrambi sarà il quinto Mondiale, numero alla portata di pochissimi: saranno il quinto e il sesto in assoluto a fregiarsene, dal 1930 a oggi. Non ci stanno arrivando allo stesso modo. Messi ha impiegato un anno per assorbire il primo trasferimento della sua carriera, ma adesso a Parigi sta bene, si tiene distante dai battibecchi fra Neymar e Mbappé e gioca a fare il terzo polo col numero giusto di gol e di assist: abbastanza per ricordare a tutti chi sia la leggenda vivente del terzetto, non troppi per evitare di invadere lo spazio tecnico e soprattutto mediatico di Kylian, il suo poco malleabile successore designato. Presto Leo dovrà decidere se avvalersi dell’opzione per un terzo ricchissimo anno col Psg, oppure rispondere ai messaggi di amore e fattibilità economica (pare un film di Almodovar) che gli stanno arrivando dalla Catalogna: il vicepresidente Romeu ha detto in settimana che la situazione del Barça – si è ipotecato il futuro per scommettere sul presente – permetterebbe il grande ritorno a casa, a patto ovviamente che Xavi lo giudichi utile. Laporta in luglio si era spinto emotivamente più in là, dicendo che la storia fra il Barcellona e Messi andava chiusa in modo diverso e più glorioso rispetto alla separazione straziante e un po’ pelosa del 2021.

Comunque vada, Leo si è riconquistato una prospettiva. Gli permetterà di vivere senza ulteriori angosce l’assalto estremo al grande vuoto della sua carriera, il titolo mondiale, perché al quinto tentativo la domanda non è più quando, ma se. L’anno scorso Messi ha spezzato l’incantesimo che dalle Olimpiadi di Pechino, nel lontano 2008, gli impediva di vincere qualcosa con la maglia dell’Argentina: presto sapremo se la Copa America del 2021 è stata un premio di consolazione, oppure il trailer del trionfo sull’orlo del fuori tempo massimo. Lionel Scaloni doveva essere un semplice traghettatore e invece è diventato il c.t. col quale Messi ha legato di più: la Seleccion gli è cresciuta fra le mani come nutrita da un lievito madre, la stampa la chiama ormai “Scaloneta” a descriverne l’identità ricalcata, ed era dal 2014 – il Mondiale perso in finale al Maracanà dalla Germania, c.t. il compianto Sabella – che Leo non si sentiva così riccamente accompagnato al suo destino. Destino, certo. Sono sedici anni che assistiamo ai prodigi di Messi, eppure non ci stanchiamo di ripetergli “per essere come Maradona devi vincere un Mondiale” (da pronunciarsi in tono gné-gné-gné). Se non è un destino questo…

Il problema di Leo è che l’Argentina due titoli li ha vinti e altre tre volte è arrivata seconda: è un grande Paese del calcio, quando può contare sul migliore qualcosa dovrebbe portare a casa. Più leggero il peso che grava sulle spalle di Ronaldo: per quanto la sua storia sia piena di campioni, il Portogallo non si è mai issato nemmeno in finale. Anzi, dopo il terzo posto di Eusebio del 1966 fu proprio il giovane Cristiano, al suo primo tentativo nel 2006, a riportarlo in semifinale: vestiva allora il numero 17, in ossequio al capitano Figo titolare della 7, e nel filmato d’epoca colpisce la distratta stretta di mano con Zidane prima della partita, loro due che assieme, dieci anni dopo quell’incrocio, avrebbero vinto tre Champions di fila. Cristiano ha guidato la caccia del Portogallo a Euro 2016, e si può dire che alzando quella coppa abbia saldato il debito col suo Paese. Ma è anche pensando a quei giorni francesi che madre e sorella si sono scagliate in settimana contro i miscredenti che hanno discusso il diritto di Ronaldo a non essere messo in discussione in nazionale. Lui ha giocato male contro la Spagna, sbagliando due occasioni per guadagnare la Final Four della Nations. Può succedere, a un vecchio pistolero che in estate ha giocato e perso una pesante mano di poker col Manchester United: Cristiano voleva liberarsi per andare in club iscritto alla Champions, e voleva farlo senza che al suo super ingaggio venisse levato un euro. Un errore esiziale. Sono sempre facili i ragionamenti di gran classe col portafogli degli altri, ma se un giocatore di questo livello (e questi introiti pregressi) possiede una libertà è quella di fregarsene del denaro a favore del migliore contesto tecnico-umano. Messi lasciò Barcellona piangendo, ma senza cedere alla tentazione di giocare un anno gratis; Cristiano è sempre più furioso a Manchester – anche perché ten Hag lo manda in panchina, vedremo contro il City – ma non ha fatto lo sconto nemmeno al suo vecchio Sporting.

C’è stato un tempo, in realtà recentissimo anche se non sembra, nel quale Messi e Ronaldo si sono divisi la bellezza di dodici Palloni d’oro (7-5). Per quello del 2022, che il 17 ottobre verrà certamente assegnato a Karim Benzema, Cristiano non ha chance di entrare nei primi cinque mentre Leo è stato addirittura escluso dalla lista dei 30 candidati. Il sorteggio del Mondiale ha strizzato l’occhio ai due anziani capitani: se Argentina e Portogallo – che sono squadre forti – vinceranno i rispettivi gironi, il rendez-vous sarà possibile soltanto in finale. Sembra un appuntamento per regolare l’ultimo conto.

Fonte Repubblica.it

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