Conti e campo. La Juventus tra due fuochi non può sbagliare

TORINO- Tirarsi su. Mica facile, in questo momentaccio juventino nel quale la crisi tecnica s’intreccia a quella economica. Una è causa dell’altra, e viceversa. «Ma non è il momento peggiore da quando sono presidente», dice Andrea Agnelli. «Era stata più dura all’inizio quando c’era da ricostruire una cultura aziendale. Il Covid ci ha colpiti nel periodo peggiore, è stata la tempesta perfetta, ma la complessità di questa sfida è emozionante, entusiasmante». Allegri non può invece ostentare uno stato d’animo analogo: nei suoi anni juventini le cose non gli erano mai andate tanto male, nemmeno in quei mesi storti del 2015 che, visti a posteriori, erano stati quasi una guasconata: concedere vantaggio agli altri per il gusto di (stra)vincere in maniera diversa dal solito. Adesso qualsiasi cosa sia sul punto di accadere rappresenta una preoccupazione. Lo è, per i piani di corto raggio, la trasferta di Verona contro una squadra tosta, che oltretutto i bianconeri affronteranno senza Chiesa, fermato dall’ennesimo fastidietto muscolare. Max ha cambiato versione rispetto all’altra sera: adesso la voglia di vincere dei suoi, criticata a caldo, «è stato un bel segnale». Ma chiede di avere un po’ di paura addosso, «quella paura che fa alzare la soglia dell’attenzione».

Il Verona lo allena Tudor, che l’anno scorso fu il vice molto teorico di Pirlo: finì presto ai margini, perché il titolare della cattedra preferiva riferirsi ai suoi fedelissimi, mentre il croato era stato scelto dalla società per affiancare l’allenatore esordiente. Nel suo piccolo, la vicenda Tudor è una delle mille sfaccettature dei guai nei quali la Juve s’è cacciata in questi ultimi tre anni in cui ha perso precipitosamente competitività tecnica ed economica dopo otto stagioni ai limiti della perfezione. Nell’assemblea degli azionisti che ha mandato in archivio il rosso di 209 milioni, sono arrivate inevitabili contestazioni ad Agnelli e Nedved, ma il presidente le ha rimbalzate con un certo aplomb, spiegando come intende ingaggiare il futuro. E tirarsi su. Ha parlato di un piano triennale con «sostenibilità su lungo periodo» che parte da un «percorso di credibilità. Nel 2022 faremo un investor day: ci presenteremo per venire giudicati». Certe cose che valevano prima ora non valgono più («Bisogna uscire dal paradigma del fatturato, il fatturato è vanità»), ma certe altre rimangono inscalfibili: «Il dogma della Juventus non cambia: ambiamo a vincere qualunque competizione cui partecipiamo».

Però è inevitabile una stretta alle spese, lo ha sintetizzato il nuovo ad Maurizio Arrivabene, che sta facendo acrobazie per sforbiciare a ogni livello: «Sul mercato faremo scelte oculate anche in futuro. Crescita sostenibile significa anche riduzione dei costi». E siccome Nedved ha dichiarato la rosa attuale «di valore assoluto, in grado di attaccare i primi posti», significa che non è nelle previsioni arricchirla. Agnelli ha poi tutte le sua battaglie politiche in piedi: la Superlega («Non mi arrendo») e in generale la riforma di un sistema «di cui quasi tutti quelli che operano all’interno sono insoddisfatti». A lui piace la Nations League («È fantastica»), perché raggruppa le squadre in «fasce omogenee». E gli resta il tempo per una polemica con il Psg, per quanto non citato espressamente: «Ci vuole una gestione più sana dei parametri zero: non va bene che ci sia chi soddisfa chi chiede cifre enormi benché abbia il ruolo già coperto». Le cose, i tempi e le opinioni cambiano: negli anni 10, la più grande cacciatrice di svincolati era la Juventus.

Fonte Repubblica.it

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