Champions, disastro delle spagnole: mai così male dalla riforma del torneo

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BARCELLONA — “Non si sa mai”. E, invece, è andata a finire proprio come tutti avevano immaginato. Alla vigilia della visita del Viktoria Plzen a San Siro, Joan Laporta aveva distillato un po’ del suo ottimismo per vedere l’effetto che fa. Ciononostante, quello che il presidente del Barcellona avrebbe dovuto spiegare ai soci blaugrana è che una grande squadra non si dovrebbe ridurre a poggiare il proprio ottimismo sulle disgrazie altrui. Non se ti consideri més que un club e, men che meno, se la scorsa estate hai ipotecato il futuro della tua società per garantire a Xavi Hernández una rosa in grado di tornare a essere, sin da subito, protagonista in Europa: “Al Barça non esistono stagioni di transizione”. E, invece, se i catalani non riusciranno a sfilare il titolo di Liga a un Real Madrid che, nel primo Clásico stagionale, ha dimostrato tutta la sua superiorità, soltanto una dolce e sensata transizione portata a termine da Xavi potrebbe salvare una campagna che altrimenti si concluderebbe in maniera disastrosa. Proprio come le ultime.

Xavi e il Barcellona non all’altezza della Champions

All’ombra del Camp Nou, tuttavia, l’impressione è che i protagonisti principali vivano in una realtà parallela. Rinchiusi nella propria bolla, Laporta distilla sorrisi e canzoni mentre Xavi si dedica a sorprendere i suoi increduli interlocutori con stravaganti letture del contesto che lo circonda: “La Champions è stata crudele con noi. Ho la sensazione di aver avuto la qualificazione in mano e di averla persa, più per demerito nostro che per merito delle avversarie”. Beh, un punto di vista, senza dubbio, originale considerato che a 180 minuti dalla conclusione della fase a gironi il suo unico appiglio alla Champions era che il Viktoria Plzen riuscisse a fare risultato contro l’Inter. Insomma, la verità è che si era aggrappato con entrambe le mani a un’improbabile probabilità. Piuttosto che avere in mano il proprio futuro, infatti, Xavi l’aveva consegnato a una squadra che, prima di incassare un poker a Milano, ossia in quattro incontri, aveva subito 16 gol segnandone appena tre che, naturalmente, non le erano serviti per ottenere un punto in classifica. A undici lunghezze dal Bayern Monaco e a 6 dai nerazzurri, il Barça, per dirla tutta, farebbe meglio a ringraziare gli uomini di Inzaghi per avergli, quantomeno, garantito la retrocessione in Europa League battendo i cechi.

Atletico e Siviglia fuori ai gironi di Champions

Il Barcellona è, così, alla testa del folto gruppo – per dirla con José Mourinho che, furbone, si riferiva proprio ai blaugrana –  di “tiburones fracasados” che a febbraio proveranno a superare i play-off che danno accesso agli ottavi di finale di quella che, fino a un anno e mezzo fa, era la meno importante tra le competizioni europee. Gli altri squali falliti che accompagneranno i catalani agli spareggi, oltre alla Juventus, avranno i colori sociali del Siviglia e dell’Atlético Madrid che potrebbe essere costretto a convincersi che l’era Diego Pablo Simeone sia arrivata al capolinea. E a convincere di questo anche il Cholo che, invece, tira dritto: “Sì, è vero da qualche anno la Champions mi supera, ma ho la testa dura”. E così, la debacle spagnola in Europa è stata totale (proprio come il calcio che insegue, per il momento inutilmente, Xavi). Per la prima volta da quando la Coppa dei Campioni ha cambiato nome, ci sarà, infatti, soltanto una rappresentante della Liga tra le migliori 16 squadre del vecchio continente: il Real Madrid.

La Liga non tiene il passo della Premier League

Eppure l’ex regista catalano si ostina a sostenere che “il livello del campionato spagnolo non solo non è sceso, ma è addirittura aumentato negli ultimi anni”. Dalla sua, Javier Tebas, per gonfiare il petto, sfoglia l’almanacco: “Solo sei mesi fa avevamo due squadre nelle semifinali di Champions League. È chiaro che l’eliminazione di Barcellona, Atlético e Siviglia è stata una delusione, ma quando si analizza la situazione di un’azienda è giusto prendere in considerazione gli ultimi anni. Nel XXI secolo la Liga ha vinto 34 titoli europei e la Premier 13. I francesi, invece, nemmeno uno. Il 60% dei trofei continentali degli ultimi anni sono finiti nelle bacheche dei club spagnoli”. Quello che il presidente della Liga, però, non dice è che lo strapotere economico della Premier che consente a una neopromossa come il Nottingham Forest di spendere in estate 162 milioni – ossia più di Real, Atlético, Siviglia, Villarreal e Betis messi assieme – mette a repentaglio il futuro dei club del suo campionato e dopo averli indeboliti, li stritolerà. Prova ne sia che Unai Emery, che sulle panchine di Siviglia e Villarreal ha vinto quattro dei trofei di cui si riempe la bocca Tebas, ha preferito lasciare il Submarino amarillo per andarsene ad allenare la squadra che occupa la quartultima posizione della classifica della Premier. Ed è per questa ragione che, probabilmente, piuttosto che prendersela con Florentino Pérez per la Superlega, Tebas farebbe meglio a sedersi a un tavolo con lui per trovare assieme al presidente del Real Madrid e a quello del Barcellona una soluzione condivisa al loro principale problema che, qualora non se ne fosse accorto, è lo stesso e ha un marcato accento cockney.

Fonte Repubblica.it

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