Calcio: il Venezia torna in Serie A, il sogno americano in laguna

Anche agli appassionati di calcio compulsatori assidui di siti come Transfermarkt, il nome di Riccardo Bocalon dirà poco o nulla. Eppure la sua è una di quelle storie di sport che sembrano fatte apposta per essere raccontate con la voce impostata degli affabulatori tv e le immagini virato seppia sullo sfondo.

Di professione attaccante, a 32 anni – dopo una carriera senza sussulti da onesto impiegato del pallone sui campi di provincia – Bocalon ha segnato il gol della vita al minuto 94 dello spareggio tra il suo Venezia e il Cittadella, valido per la promozione in serie A. Di particolare, in questa storia, c’è che Bocalon è nato a 10 minuti di passeggiata ( ‘n ponte e ‘na ‘cae, un ponte e una calle, si dice in dialetto come unità di misura che indica vicinanza) dallo stadio di Sant’Elena, nel sestiere di Castello, cuore del tifo che fu neroverde e ormai da oltre trent’anni – dopo una fusione non ancora del tutto digerita con la squadra di terraferma – è diventato arancioneroverde, come dimostra la sgargiante maglia a fasce orizzontali indossata in questo campionato di serie B dall’esito tanto eclatante quanto inatteso. E fu lo stesso Bocalon, prima di cominciare un percorso da attaccante con la valigia nelle serie minori, a segnare la doppietta che 7 anni fa diede il via alla risalita del Venezia nel calcio che conta, con la promozione in Lega Pro a valle di un fallimento, seguendo una parabola comune a molte società dal passato più o meno glorioso. Sulle tribune di quello stadio circondato dall’acqua, Bocalon ci andava da ragazzino a tifare per la squadra di Paolo Poggi – anche lui veneziano, anche lui attaccante anche se di maggior talento e fortuna calcistica – che in laguna cominciò e concluse la sua carriera di calciatore e oggi è dirigente responsabile dell’area tecnica e responsabile delle relazioni internazionali, in un organigramma che parla inglese con accento di Wall Street.

Il sogno americano

Prima di diventare una città fantasma svuotata dal Covid, più bella e più triste che mai senza turisti a invadere i campielli, senza grandi navi a solcare con le loro sproporzionate dimensioni il delicato bacino della laguna, senza neppure l’acqua alta fermata dal Mose finalmente in funzione, Venezia era il brand italiano più conosciuto nel mondo. E se chiedevi all’americano medio dove avrebbe voluto trascorrere la sua honeymoon, nove su dieci rispondevano “Venice”, al punto che ne hanno costruita una finta nel deserto del Nevada, in quella Las Vegas dove i sogni diventano realtà anche per chi non se li può permettere. Non è il caso di Duncan Niederauer, 62 enne di New York ex lupo di Wall Street con un passato in Goldman Sachs e nel curriculum un biennio di presidente e amministratore delegato della Borsa più famosa del mondo.

Dal febbraio 2020 Niederauer è presidente del Venezia, nell’ambito di uno schema a cavallo tra sport, business e finanza già sperimentato in altre realtà italiane (da Bologna a Roma, da Firenze a La Spezia): lo sbarco degli “americani” nel mondo del soccer, con testimonial dal cognome che tradisce origini italiane a parlare con i tifosi e manager dei fondi di investimento a garantire la sostenibilità economica. Il pioniere di questo schema è Joe Tacopina da “Broccolino”, avvocato figlio di emigranti siciliani, il cui volto da ex pugile compare a scadenze regolari da una quindicina d’anni in una serie di operazioni fotocopia: finanziatori a stelle e strisce interessati a rilanciare società di calcio in crisi, attratti non solo dalla passione sportiva ma dalle opportunità di investimento commerciale e immobiliare.

Fu Tacopina, nel 2015, a presentarsi in Laguna con l’ambizioso progetto di riportare in alto la squadra che Maurizio Zamparini – altro personaggio da romanzo – aveva condotto fino alla serie A a cavallo del millennio, prima di farla precipitare nel fallimento e nella polvere dei campi minori di serie D. Della cordata Tacopina faceva parte anche Niederauer, che ne ha poi raccolto il testimone alla vigilia della pandemia. Tra gli obiettivi dichiarati del manager statunitense, oltre ai traguardi sportivi, c’è la valorizzazione del brand Venezia tra gli appassionati di calcio nel mondo ma soprattutto il progetto del nuovo stadio, un’altra chimera che aleggia da decenni: perché certo ogni tifoso delle squadre avversarie ricorda per tutta la vita la trasferta a Venezia e il viaggio verso lo stadio in vaporetto, ma se si vogliono fare economie di scala e progetti ambiziosi, bisogna trasferirsi in terraferma, dove ci sono spazi, cubature, collegamenti. E’ un trasloco promesso e sostenuto a più riprese da amministratori di opposti schieramenti, partendo dal sindaco filosofo Massimo Cacciari e finendo con il sindaco imprenditore Luigi Brugnaro, la cui ambizione non è seconda a nessuno, se è vero come sembra che si candidi a raccogliere l’eredità politica di Silvio Berlusconi.

Proprio Brugnaro, tra l’altro, rappresenta per i veneziani l’esempio di una parabola sportiva vincente, essendo proprietario della Reyer, la gloriosa squadra di basket cittadina che ha riportato in laguna lo scudetto (maschile e femminile).

La sorpresa dei Zanetti boys

Fra i tifosi lagunari oggi c’è chi posta sui social il ritaglio di un giornale sportivo fotografato l’estate scorsa e conservato con sete di vendetta: nei tradizionali pronostici sul campionato prossimo venturo, il Venezia era stato inserito in ultima fascia, tra le squadre a rischio retrocessione. E invece, partita dopo partita, ha dimostrato di poter essere all’altezza delle favorite, ha conquistato con merito l’accesso ai playoff ed è riuscito, contro i pronostici, a eliminare il Lecce che tutti davano per favorito. Infine, nel derby veneto con il Cittadella, l’apoteosi del team guidato in panchina da Paolo Zanetti, allenatore giovane (38 anni, tre meno di Pirlo) ma non certo predestinato: prima di arrivare al Venezia con un contratto biennale, l’ex centrocampista di Vicenza ed Empoli vantava un’esperienza in serie B all’Ascoli (con esonero) e una gavetta in serie C con il SudTirol / Alto Adige.

Zanetti porta a compimento un percorso di risalita costante, cominciato cinque anni fa con l’arrivo in panchina di Pippo Inzaghi, reduce dall’esperienza precoce e fallimentare come allenatore del Milan. In due stagioni, Inzaghi ha ottenuto la promozione dalla Lega Pro alla serie B e il primo accesso ai play off. E anche se non preventivato in questi tempi, il ritorno in serie A era un obiettivo dichiarato, vent’anni dopo l’avventura di fine millennio con il vulcanico Zamparini presidente e plenipotenziario, Walter Novellino in panchina e Alvaro Recoba al centro dell’attacco. Oggi i tifosi non possono godere delle magie del talento uruguiano, ma si accontentano dei gol pesanti di Francesco Forte, bomber “di categoria”, romano di Tor Tre Teste che si è fatto le ossa in Belgio e poi alla Juve Stabia.

La stella della squadra è però un giovane italiano di seconda generazione: Youssef Maleh, nato a Castel San Pietro da genitori marocchini, centrocampista dai piedi buoni, nazionale Under 21, che la Fiorentina ha acquistato a gennaio ma ha deciso di lasciare fino a fine stagione a Venezia, per la gioia e la gratitudine di Zanetti e dei tifosi. Ora, passati i festeggiamenti, Niederauer, Poggi e gli altri dirigenti dovranno attrezzarsi per arrivare preparati all’impatto con la serie A e magari ripetere il miracolo dello Spezia. Nel frattempo, ai tifosi delle altre squadre non resta che sperare nella riapertura degli stadi, dotarsi di green pass e programmare la gita in laguna.

Fonte Repubblica.it

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