Berlusconi e Galliani, un tuffo nel passato: il Monza contro i (quasi) amici del Milan

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Il Milan ha uno strano appuntamento sabato con Berlusconi e Galliani. Ma non è una follia, per dirla con Ornella Vanoni. Semmai, un tuffo nel passato. Al netto dell’inevitabile retorica, non può trattarsi ovviamente di un incontro qualsiasi. Non lo sarebbe già di per sé. Monza è la classica città di provincia, nemmeno troppo piccola (120 mila abitanti), a un passo dalla metropoli (21 chilometri e 28 minuti d’auto la distanza da Milano), cui lancia la sfida impari. Prima di quest’anno non era mai successo, essenzialmente per ragioni geografiche, come sintetizzava il monzese doc Mario Fossati, raccontando lo stato d’animo di chi era cresciuto nell’anteguerra alle porte di Milano e del suo grande teatro, la Scala del calcio: “Tu da ragazzo ti facevi una competenza andando a vedere le partite di serie C del Monza, poi andavi a San Siro o all’Arena a vedere le grandi partite e te ne intendevi già, ma affinavi la tua critica. Praticamente andavi al Politeama a sentire cantare la figlia dell’ortolano e poi alla Scala”.

I tempi sono cambiati, il video ha globalizzato il calcio e reso meno sacro l’evento visto dal vivo, ora che la Scala – San Siro – rischia l’abbattimento. Però il Monza è rimasto a lungo e suo malgrado succursale. I suoi 110 anni di storia sono zeppi di calciatori e allenatori che hanno fatto la storia delle due grandi milanesi: o perché si sono formati in Brianza prima di spiccare il volo oppure perché vi hanno vissuto il crepuscolo della carriera. Gli intrecci più significativi sono col Milan e basta qualche nome per rendere l’idea: in ordine alfabetico Abbiati, Anquilletti, Roberto e Luca Antonelli, Antonioli, Balotelli, Boateng, Braida, Buriani, Angelo Colombo, Costacurta, De Vecchi, De Zerbi, Ferrario, Ganz, Liedholm, Massaro, Oddo, Radice, Scala, Silva, Stroppa, Terraneo, Tosetto, Trebbi.  

Un salto nella storia

Berlusconi e Galliani rappresentano il salto nella storia. Il primo è il nume tutelare dell’iconografia brianzola contemporanea, con la villa di Arcore, dalla quale si vedono le luci dello stadio, assurta nel tempo a luogo mitico del Paese tutto. Il secondo è nato e cresciuto a Monza e fin da bambino tifosissimo della squadra della sua città. Ne diventò poi dirigente e in coppia con l’ex centravanti Braida la portò alle soglie della serie A. Seguì il trentennio, anzi i 31 anni, in cui il duo Berlusconi-Galliani costruì la leggenda del Milan più vincente della storia: dal 1986 al 2017, 29 titoli e mille rivoluzioni tecniche, filosofiche, strategiche, spesso spregiudicate, spessissimo vincenti. L’abdicazione ufficiale, con la discussa cessione della società al misterioso cinese Yonghong Li  (e anni di ulteriori travagli, finanziari e giudiziari, fino all’attuale approdo nelle mani degli asettici fondi americani), è datata febbraio 2017. Ma la coppia non sapeva stare lontano dal calcio e nel settembre 2018 si prese il Monza, raccogliendolo in serie C, alla modica spesa di 2 milioni di euro.

La scintilla: l’ex juventino che batte la Juve 

Chi bollava l’operazione come un guizzo senile dovuto alla nostalgia – nel caso di Galliani anche al coronamento di un sogno dell’infanzia – si è dovuto ricredere. Dichiarata fin dal principio, la scalata alla serie A di un club che mai era riuscito ad arrivarci è avvenuta regolarmente e pochi dubitano adesso che l’obiettivo della prima stagione, la salvezza, si possa concretizzare. Dopo la falsa partenza, con 5 sconfitte nelle prime 5 giornate, la squadra si è arrampicata in zona più tranquilla, ha 10 punti in 10 partite e può vivere questo derby senza l’assillo della batosta che inguaia tutti. La scintilla è stata la vittoria con la Juventus, più ancora della staffetta in panchina tra l’artefice della promozione Stroppa e l’allenatore della Primavera Palladino, asceso alla prima squadra. Quella vittoria, la prima in A, è stata un evento quanto mai simbolico, essendo Galliani un ex ragazzo juventino, come parecchi brianzoli.

Centocinquanta milioni spesi

Oggi Silvio Berlusconi e Adriano Galliani rappresentano una vistosa eccezione fuori moda, nel calcio degli algoritmi. Berlusconi, peraltro, non ha cariche ufficiali (il presidente onorario è il fratello Paolo, l’ad e vicepresidente vicario è Galliani e con lui nel cda ci sono lo storico avvocato del Milan Leandro Cantamessa, Leonardo Brivio, Elio Lolla, Roberto Mazzo, Cristina Rossello e Danilo Pellegrino, ad e uomo dei conti di Fininvest, la holding berlusconiana) e in questa veste si può concedere il lusso dei commenti a briglia sciolta sull’arbitro. Indulge volentieri alle valutazioni tecniche, secondo collaudatissima prassi: d’ora in poi la tattica la faccio io, ha spiegato al culmine della crisi tecnica, e il pensiero è corso alla vigilia della finale di Champions 2003 a Manchester contro la Juventus, quando l’agiografia vuole che avesse squadernato ad Ancelotti i fogli con gli schemi per i calci piazzati. Galliani fa il mercato come ai tempi d’oro: sa come blandire i procuratori, con molti dei quali la frequentazione è decennale, e come persuadere i giocatori, sempre sensibili al fruscio delle banconote. Il calcolo dei soldi spesi per portare il Monza in A – 116 milioni di euro in 4 anni, cifra da aggiornare adesso fino a 150 o su di lì – pare che abbia fatto sussultare Pellegrino, ma di sicuro la società ha aperto il portafogli, a cominciare dal nuovo centro sportivo di Monzello e dalla ristrutturazione del Brianteo oggi U-Power Stadium, portato a 15.039 spettatori. Con la Juventus ce n’erano quasi 13 mila, ma è con l’Inter a gennaio e naturalmente al ritorno col Milan a febbraio che si conta di battere il record. Nel frattempo ci sarà stato il mercato invernale e l’italianissima squadra volutamente autoctona – 26 italiani, il capitano è il monzese Matteo Pessina campione d’Europa con la Nazionale – potrà essere integrata con eventuali rinforzi ad hoc, se necessario, perché anche in assenza di dati ufficiali si valuta che il monte ingaggi sia il settimo della serie A. Per il brasiliano Marlon, tanto per fare un esempio, lo stipendio è attorno ai due milioni netti l’anno e Petagna (5 presenze, 0 gol), Sensi, Pessina, Cragno (il portiere del giro azzurro fin qui riserva di Di Gregorio) non guadagnano molto meno, anche se ha abbassato le spese il beau geste di Andrea Ranocchia, che ha rinunciato a 4 milioni annunciando il ritiro dopo il serio infortunio.

Lo stadio succursale del Parlamento

Palladino, con 200 mila euro, è l’allenatore meno pagato del campionato, però il bonus salvezza è congruo. D’altronde il mito del tocco magico di Berlusconi e Galliani persiste e autorizza il paragone con Sacchi, Capello, Ancelotti, Zaccheroni e Allegri, tutti battezzati allo scudetto. Lo scudetto del Monza, ovviamente, è provare a giocare alla pari col Milan, che rimane la stella polare del berlusconismo applicato allo sport, anche come vaso comunicante della politica.  Se c’è Berlusconi allo stadio – o al campo di allenamento – è fatale che il discorso scivoli sul Parlamento e dintorni. Dal 1994, anno della famosa discesa in campo, il canone si ripete, dalla sala del camino di Milanello al Brianteo. Non è al momento confermata la presenza sabato al Meazza del leader di Forza Italia, senatore stravotato al collegio di Monza: anche l’attesa è un vecchio cliché. Nel caso, tutto l’arco costituzionale, dalla Meloni a Fratoianni, dovrà buttare un orecchio a San Siro.

Fonte Repubblica.it

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