Benzema, fuoriclasse e mammone: se il Pallone d’Oro si fa guidare dalla mamma

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Ciao mamma guarda come mi diverto. A vincere il Pallone d’Oro. E’ una libidine e sì, è anche una rivoluzione. Sul palco del Théâtre du Châtelet di Parigi, nella serata che l’ha visto coronare il sogno di un’intera vita spesa a calciare palloni nella porta avversaria; Karim Benzema ha voluto la “maman” accanto a sé. E bisognava vederla, la signora Wahida Djebbara in Benzema: aveva sguardi che raccontavano cos’è la felicità con un’esattezza spaventosa. E quando Karim ha detto che “Il Pallone d’Oro è un premio individuale ma si ottiene attraverso un lavoro collettivo” – cari tutti noi in platea – non è solo ai compagni di squadra che si riferiva, ma a chi ha condiviso i nostri piccoli sogni misurando con noi nell’eternità dei pomeriggi d’infanzia ogni attesa, ogni inciampo, ogni rincorsa. La mamma.  Le mamme sono tante, milioni di milioni, ma le mamme dei campioni, ah, le mamme dei campioni. Qualche anno fa – all’ennesimo Pallone d’Oro del figlio – la signora Maria Dolores dos Santos Aveiro, mamma di Cristiano Ronaldo, pianse lacrime d’amore per tutta la durata della premiazione, affogando la propria commozione in un foulard che aveva le dimensioni la vela di una barca a vela. Le mamme son fatte così, come gli stopper di una volta: difendono i figli a oltranza, rinviando altrove le critiche. Sarà per questo che la signora – che nella sua autobiografia si definisce “Madre coraggio” – quando il figlio ha smesso di vincere Palloni d’Oro (sono 5 quelli fatturati) ha tirato in ballo – addirittura – “la mafia”. Vabbè.

La mamma dell’altro vincitore-seriale di questi ultimi anni, la signora Celia Maria Cuccittini in Messi è uscita allo scoperto – mestolo in pugno – una volta soltanto, quando gli argentini hanno criticato Leo dopo l’ennesimo fallimento mondiale dell’Albiceleste. Ha rivelato al mondo che il suo amato figlio – tenetevi forte – si era chiuso in camera a piangere. Don’t Cry for me Argentina. Grandi, grossi e cuccioloni, i fuoriclasse del calcio 2.0. Seminano gol e figli ovunque, impalmano all’altare o esonerano via social pattuglie di fidanzate co.co.co., si mettono in posa davanti al mondo con l’arroganza dei pavoni al circo e però, se vogliono un po’ di calore, è tra le braccia della mammina che si rifugiano, come se solo lì sapessero chi sono. Non ne trovi una, di mamma uguale.

Cosa unisce la signora Fiorella – vedi alla voce Totti – che asciugandosi le mani sul grembiule da cucina indirizzò la carriera del figlio con un “no” al Milan alla sua collega Francesca Costa – mamma di Nicolò Zaniolo – che per un certo tempo è stata preda di selfie compulsivo e offriva profili e boccucce esageratamente sexy alla claque dei social? Risposta: l’amore per i loro rispettivi figli. Nient’altro che quello. Doña Dalma, la mamma di Maradona che il figlio chiava “Tota” perché era ovunque,  per non togliere il poco pane di bocca ai figli all’ora di cena si inventava estemporanei mal di pancia – mangiate voi ragazzi – quella di Ronaldo il Fenomeno – Sonia – lo consolò quando – dopo un provino al Flamengo – in autobus gli rubarono l’orologio della comunione: diventerai un campione, figlio mio.

Lasciatele fare, stanno lavorando per noi. La mamma di Gianni Rivera rammendava le maglie dell’Alessandria per farlo andare in campo in ordine, quella di Rabiot – la temutissima Veronique – tratta gli ingaggi per conto del figlio e affronta a muso duro incauti presidenti. Ieri la mamma di Falcao – mamma Azise – riceveva la telefonata di Andreotti che tirava in ballo il Papa per spingerla a convincere il figlio a rimanere a Roma, oggi la mamma di Bastoni – durante la festa scudetto – passa furtivamente un tovagliolo sulle labbra del figlio per togliergli uno sbuffo di pomodoro. I figli crescono, le mamme imbiancano: la mamma di Cassano faceva felice il figlio cucinando gli “scagliozzi” – i pezzi di polenta fritta per cui andava matto – quella di Pogba va a ballare con lui e tira tardi. Ma la nostra preferita resta la mamma di Trezeguet: ad ogni gol David le si rivolgeva mandando verso la tribuna mille e mille baci, che lei simbolicamente raccoglieva, per poi festeggiare, intonando lodi al cielo e magnificando l’arte pedatoria del figlio, ballando e cantando come una forsennata, manco il gol l’avesse segnato lei.

Fonte Repubblica.it

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