Benzema e i campioni antichi nel Real che aspetta Mbappé

Benzema e i campioni antichi nel Real che aspetta Mbappé

Un momento più di altri è stato bellissimo, mercoledì al Bernabeu. Un momento durato cinque secondi, l’apice emotivo di una serata marziana. È successo quando Karim Benzema ha segnato il terzo gol, e per cinque secondi lui, e Vinicius e Rodrygo che gli erano accanto, e Alaba che stava sopraggiungendo, e Modric sulla trequarti, e persino Courtois sulla linea della porta lontana, hanno allargato le braccia e si sono messi a correre, ciascuno per conto suo.

Anzi, no. Non si sono messi a correre. Hanno continuato a correre, perché il gol del 3-1 è arrivato al culmine dei pochi tocchi frenetici seguiti alla rimessa in gioco del Psg dopo aver subito il 2-1. Gueye la perde subito nel tackle con Rodrygo, ed è il segnale: i madridisti si lanciano tutti verso la porta di Donnarumma, imprendibili come se il campo fosse in discesa. Sponda di Modric, lancio di Rodrygo per Vinicius con successivo controllo, respinta cieca di Marquinhos e sontuosa sentenza di collo esterno di Benzema nell’angolino. Correvano già tutti, e quindi continuano a correre con le braccia allargate, ciascuno in preda all’estasi privata di un lavoro eseguito al meglio in condizioni di difficoltà estrema. Dura cinque secondi il fiotto massimo di adrenalina, quello in cui non capisci più niente, sei nel nirvana e te lo godi: appena la sua violenza si attenua i più vicini si ricongiungono e l’esultanza a gruppetti diviene collettiva, e poi globale, e infine oceanica, in perfetta comunione con lo stadio impazzito. Ci sono notti nelle quali le sciarpe merengue agitate sopra le teste sembrano la schiuma di un mare in tempesta. Non è calcio, quello che abbiamo appena visto: sono gli Avengers, in un’altra forma. 

È difficile immaginare che il Real Madrid possa vincere la Champions, perché ci sono squadre migliori: il Manchester City di sicuro, il Bayern e il Liverpool probabilmente, il Chelsea se i guai di Abramovich non lo condizioneranno. Anche il Psg gli era superiore, però: ma nei primi 150 minuti della loro sfida, pur dominati, si era allontanato di due gol soltanto. Troppo pochi per offrire al Real, con la sciocchezza di Donnarumma, un’occasione di rientrare nel match. Certo che era fallosa, l’entrata di Benzema sul portiere azzurro: ma in quello stadio e in quella situazione, se vedi Karim lanciarsi verso di te devi calciare il pallone il più lontano possibile, senza illuderti di riuscire a beffarlo con un appoggio in extremis o, peggio, una piroetta. Su quella giocata il Real ha costruito un nuovo capitolo capace di alimentare la sua leggenda, e instillare mille timori nei prossimi visitatori del Bernabeu.

Ci è riuscito grazie a una catena di prestazioni perfette in quei 30 minuti finali, quelli sgomberati dalla presenza del Psg, una squadra cui il campo risultava improvvisamente una parete da scalare, laddove — come si è detto — il Real lo vedeva come una discesa libera verso Donnarumma. 
In attesa che il portentoso Kylian Mbappé si unisca al gruppo, leader designato del prossimo ciclo, Carlo Ancelotti continua a ottenere il massimo dai suoi campioni antichi, quelli delle quattro Champions in cinque anni (Benzema, Modric e Carvajal) più quelli presenti dalla seconda in poi (Kroos, Casemiro). Nel frattempo ha iniziato a inserire sangue fresco, dal razzente Vinicius alla sicurezza Alaba, al magnifico Camavinga. Non sarà sufficiente per vincere, ma è abbastanza per buttare fuori chiunque nei momenti di trance “da Bernabeu”.

 
L’ottavo di finale tra Real Madrid e Paris St. Germain ha spiegato meglio di ogni discorso quanto conti la tradizione nel calcio, e come nemmeno quantità fiabesche di denaro possano garantirti dagli errori nell’allestimento di uno squadrone da zero (mentre l’antipatia generale te la garantiscono eccome, con il corollario grottesco del Real Madrid — il Real Madrid! — visto come paladino del calcio popolare). Sullo sfondo di questo enorme show, si staglia immaginifica l’ombra di Karim Benzema, sacrificato per anni al misterioso bisogno di premiare sempre gli stessi due. Il vero Pallone d’oro mancato di quest’epoca è lui. Fonte Repubblica.it

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