Belanov e Mikhailichenko, dai gol nella vecchia Urss al fronte in Ucraina

Belanov e Mikhailichenko, dai gol nella vecchia Urss al fronte in Ucraina

Uno posa con il mitra in mano, sbucando da una trincea con altri soldati. L’altro si è arruolato con il figlio e sta combattendo, da qualche parte, nelle campagne attorno a Kiev. Igor Belanov e Oleksij Mikhailichenko: il primo di Odessa, il secondo di Kiev: entrambi reclutati da un’idea di patria, la loro. Mossi dal sentimento di identità, a cavallo dei loro sessant’anni, pensavano di coltivare il tempo rievocando antiche nostalgie di trionfi e coppe alzate al cielo, si sono invece scoperti partigiani in prima linea. Nel vederli schierati al fianco dell’Ucraina nella guerra di resistenza dopo l’aggressione della Russia, tornano in mente le loro figurine vintage, con la maglia dell’Urss a metà degli Anni 80, quando la Perestrojka era di là a venire e Kiev era – nella mappa del mondo – era un luogo lontanissimo.

Il pallone d’Oro di Belanov

Igor Belanov ha 61 anni, è stempiato, lo sguardo terreo è lo stesso di quando – nel 1986 – alzò il Pallone d’Oro, terzo a i uscirci dopo Yashin (1963) e Blochin (1975) e prima di Shevchenko (2004). Da anni – da quando si è ritirato più di due decenni fa – gestisce una scuola calcio ad Odessa ed è nel boarding dirigenziale della Federazione del suo paese. Oleksij Mikhailichenko di anni ne ha 58, appena scoppiata la guerra ha preso in mano un fucile e con il figlio più grande ha dichiarato di essere pronto a difendere l’Ucraina. Mikhailichenko in Italia è una faccia nota: è venuto a giocare in Serie A, nel 1990-1991 ha vinto lo storico scudetto della Sampdoria, al fianco di Vialli e Mancini, Pagliuca e Cerezo. Giocava a centrocampo, era un uomo d’ordine. Rimase un solo anno, poi andò a vincere titoli alla catena di montaggio dei Rangers. Tutta la vita da allenatore l’ha passata tra la Dinamo Kiev e la nazionale dell’Ucraina. Gianni Mura ricordò che, nel 1988, al tempo dell’Europeo, Mikha confidò di guadagnare 700 rubli al mese e no, non erano pochi. “Il doppio di quanto prende un chirurgo nel mio paese”, disse orgoglioso.

Davanti a Lineker e Butragueno

Diverso il percorso di Belanov. Il Pallone d’Oro più contestato della storia – battendo due colleghi più quotati come Gary Lineker ed Emilio Butragueno, che insieme a lui salirono sul podio nel 1986 – Igor se l’era meritato con le maglie della Dinamo Kiev e dell’Urss di Valerij Lobanovskij, il “Colonnello” che sosteneva “nel calcio tutto è numero e ogni azione di gioco è un’equazione da risolvere”. Era – quella nazionale sovietica – una squadra di cyborg che al Mondiale messicano del 1986 vinse un paio di partite fenomenali, di quelle che oggi farebbero gridare al “Nuovo Calcio”, che era già allora moderno prima che arrivasse la modernità.

I giocatori correvano come forsennati da una parte all’altra del campo, scambiandosi i ruoli, in un mutuo soccorso che lasciava impietriti gli avversari. Zavarov e Blochin, Alejnikov e Belanov costruivano azioni perfette come equazioni matematiche, segnavano gol che scaturivano da formule che solo Lobanovskij conosceva. Belanov tra il 1985 e il 1990 mise insieme 33 presenze e 8 reti. Il 1986 fu il suo anno: la Dinamo Kiev vinse la Coppa delle Coppe (in finale contro l’Atletico Madrid) e “Razzo”, così era soprannominato per la rapidità nello scatto, si aggiudicò il titolo di capocannoniere del torneo, con 5 reti. Il bagliore della sua stella fu fulmineo e tramontò all’Europeo del 1988, quando nella finale persa contro l’Olanda Belanov sbagliò il rigore che avrebbe riaperto la partita. Doveva finire al Genoa che si era già accordato per darlo in prestito all’Atalanta, invece passò al  Borussia Moenchengladbach, dove incappò in un guaio con la giustizia. Venne arrestato, assieme ad altri connazionali, per il furto in un magazzino di capi di abbigliamento per il valore di duemila franchi. Succedeva trentadue anni fa. Nelle foto che circolano in queste ore Belanov posa circondato da altri civili diventati soldati, esibendo come una reliquia o – chissà – un amuleto quel Pallone d’Oro, vinto in un’altra vita.

Fonte Repubblica.it

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