Bayern-Inter, nel bilancio non c’è partita: trenta anni di attivo contro 140 milioni in rosso

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MONACO DI BAVIERA – L’Inter è atterrata su Marte. Rispetto al mondo del calcio italiano, Monaco di Baviera è un altro pianeta. Il club campione di Germania ha chiuso il bilancio in attivo per la trentesima volta consecutiva, gioca in uno stadio che sembra un astronave, trae dai diritti tv appena un sesto dei suoi ricavi, e non dipende dalle bizze e dalle fortune di un proprietario miliardario. Grazie al modello dell’azionariato popolare, mitigato dalla presenza di sponsor forti che volentieri sottostanno al volere dell’assemblea dei soci, il club è padrone di se stesso. La natura aliena dei bavaresi è confermata anche in campo. I giocatori hanno evidenti superpoteri, allenati in un centro sportivo poco scenografico, con pochi cartelloni pubblicitari e tanti campi da calcio. Basta vedere come pressano e con quale velocità si buttano in attacco dopo avere recuperato palla. A guidarli è un allenatore di 35 anni, che non ci sta ad essere definito giovane nonostante lo sia più di diversi suoi giocatori. E che, di fatto, non ha mai giocato seriamente a pallone.

La distanza siderale

Simone Inzaghi, considerato giovane in patria a 46 anni, è allenatore di un club che nell’ultima relazione di bilancio si compiaceva di avere chiuso l’esercizio con solo 140 milioni di rosso, molto meglio dell’anno prima. Un club che, come quasi tutti in Italia, paga più di due terzi di quel che incassa in stipendi. Al Bayern, per capirsi, gli ingaggi del personale al lordo pesano per meno di metà rispetto ai ricavi: 324 milioni su 665 di fatturato, ovviamente in crescita rispetto all’anno precedente. “Questo è un grande risultato. Quasi nessun altro club di spicco in Europa è stato in grado di riportare costantemente profitti come il Bayern nonostante la pandemia negli ultimi tre anni”, ha detto due settimane fa Jan-Christian Dreesen, vicepresidente del consiglio di amministrazione del club, presentando il bilancio consolidato. All’Inter, che ha illustrato la chiusura dei conti qualche giorno fa, ha fatto notizia il fatto che il presidente Steven Zhang abbia ribadito di non volere cedere la società. Per il resto, ha ricordato per l’ennesima volta come il Covid abbia inciso sui conti della sua Inter. Vero. Vero anche che il Bayern ha chiuso in attivo anche i due esercizi su cui ha inciso la pandemia.

Il club del “noi” e quello “non per tutti”

Milano e Monaco di Baviera in linea d’aria distano 349 chilometri. Meno di un’ora di volo. Con un aereo di linea, non in astronave. Hanno più o meno lo stesso numero di abitanti. Nessuna delle due città è capitale del proprio Paese, ma entrambe sono capoluogo della macro-regione più ricca della nazione, fatte le debite proporzioni ovviamente. Come ripete l’ex ministro Tremonti in tv ogni volta che si parla di performance economica degli Stati europei, “fino a prova contraria, la Germania è la Germania”. Ci mancherebbe. Eppure, nonostante le differenze ineliminabili, probabilmente qualcosa dal club bavarese si può imparare. O quantomeno importare. Il centro sportivo del Bayern in molti momenti dell’anno è aperto ai tifosi, che possono assistere agli allenamenti. La Pinetina è chiusa come una sala operatoria, e i fan devono accontentarsi di scattare foto alle auto dei calciatori di passagio, sperando che qualcuno si fermi. I giocatori del Bayern per contratto devono aiutare la società a “tenere saldo il rapporto con i club di tifosi”. Tradotto: bere birra e mangiare bretzel gomito a gomito con le famiglie in maglia ufficiale, che in tasca insieme all’abbonamento allo stadio hanno anche le azioni della società. Questa è la radice dello slogan “Mia san mia”: noi siamo noi, in lingua bavarese. L’Inter di proprietà cinese lo slogan se lo è scelto in inglese: “Not for everyone”, non per tutti. Pianeti diversi. Steven Zang a Monaco ha sperimentato la gioia di passare una serata coi tifosi all’Hofbrauhaus. Sembrava contento. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa.

Fonte Repubblica.it

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