Barcellona, il Camp Nou diventa Spotify: i milioni (tanti) più forti della storia

Barcellona, il Camp Nou diventa Spotify: i milioni (tanti) più forti della storia

Lo scorso 8 febbraio Ferran Reverter rassegnava le proprie dimissioni lasciando libera la poltrona di CEO del Barcellona. È importante ricordarlo oggi perché l’ex general manager di Media Markt aveva fatto capire di essere contrario all’accordo con Spotify. Nulla di personale contro il gigante svedese della musica in streaming. Tuttavia, Reverter era convinto che il club blaugrana avrebbe potuto e dovuto chiedere di più e, di questo, ne è cosciente anche Joan Laporta che, d’accordo con l’azienda fondata da Daniel Ek, ha inserito una clausola di confidenzialità nel contratto che sancisce l’irruzione, per le prossime quattro stagioni, di Spotify al Camp Nou. E così le cifre dell’accordo rimarranno segrete, quantomeno fino al prossimo 3 aprile, quando durante un’assemblea telematica, i soci dovranno dare il loro placet all’operazione. Ma c’è addirittura chi si sente di assicurare – è il caso dell’emittente radiofonica catalana Rac1 – che il presidente culé chiederà all’assemblea di votare a favore senza fare troppe domande sulle cifre. Se così fosse, più che come un voto di fiducia, bisognerebbe interpretarlo come un vero e proprio tentativo di svuotare il parlamento blaugrana della propria funzione. E se è vero che sarebbe surreale votare a favore dell’accordo con Spotify senza conoscerne il contenuto è altrettanto vero che, nell’ultimo lustro, il Camp Nou è stato, suo malgrado, testimone di situazioni ben più assurde che hanno condotto il Barcellona nella peggior crisi economica della propria storia recente.

Lo Spotify Camp Nou, affare da 70 milioni

Quello che è certo è che, dalla prossima stagione, il logo di Spotify sostituirà quelli di Rakuten e Stanley, sponsor attuali della squadra maschile e femminile. Il vero colpaccio messo a segno dall’azienda scandinava, però, è un altro: per la prima volta nella sua storia, infatti, il Barça ha accettato di vincolare il nome del proprio stadio a una marca. Inizialmente, per sondare gli umori della propria tifoseria, la cupola blaugrana aveva fatto capire che, nel peggiore dei casi, si sarebbe trattato di un “cognome”, ossia che il nome della marca avrebbe seguito e non preceduto quello dello stadio. E, invece, no. Dalla prossima estate, Busquets e compagni disputeranno le proprie partite casalinghe allo Spotify Camp Nou. Gli stessi che avevano avanzato ufficiosamente la dritta – poi rivelatasi storta – sull’affaire naming rights, da qualche tempo si affannano ad assicurare, sempre off the record, che la società catalana riceverà, ogni anno, dalla Svezia una cifra compresa tra i 70 e i 75 milioni a stagione. Beh, se sarà davvero così, non si capisce proprio l’esigenza di nascondere i dettagli economici di quella che sarebbe definita da tutti come una magnifica operazione. E non ci sembra proprio che Laporta abbia mai fatto della sobrietà il suo tratto distintivo. Anzi.

Unicef finisce sulla manica

Dopo l’accordo raggiunto con Spotify, diventa sicuramente interessante ripassare la traiettoria storica dell’attuale numero uno blaugrana che, nel 2003, vinse le elezioni con l’obiettivo dichiarato di allegerire l’apparato blaugrana dalla zavorra nuñista (José Luis Núñez fu presidente del Barça dal 1978 al 2000). Una delle decisioni più popolari del suo new deal fu quella di “macchiare” per la prima volta la camiseta della squadra. A differenza di quanto succede oggi con il nuovo nome del Camp Nou, in quel caso, Laporta non lo fece per soldi. Tutt’altro: era il Barça a versare un milione e mezzo all’anno all’Unicef. Els valors – i valori –  di cui vanno tanto fieri i tifosi culé pretendevano questo e altro. Con il logo dell’Unicef sul petto arrivarono le Champions del 2006 (con Frankie Rijkaard in panchina e Ronaldinho in campo), del 2009 e del 2011 e tantissimi altri titoli. Il Barcellona di Guardiola e Messi riuscì a guadagnarsi, grazie alla sontuosità del proprio stile di gioco, il diritto di essere messo sullo stesso piedistallo del grande Real di Di Stéfano. Più tardi, ma sempre sulla scia del grande Barça, sarebbe arrivato anche il Triplete di Luis Enrique. Correva l’anno 2015 e, nel frattempo, Sandro Rosell aveva dirottato il logo dell’Unicef sulla schiena dei calciatori, sotto il loro numero, sostituendolo con quello meno romantico di Qatar Airways. Non c’è bisogno di ricordare come e quanto Laporta si oppose a “una decisione che va contro i nostri valori”. I tempi, però, sono cambiati e, oggi più che mai, le casse blaugrana piangono. E poco male se per ritrovare il sorriso, Unicef diventerà ancora più piccolo e finirà sulla manica. Il Barcellona è l’unico club della Liga ad avere un tetto salariale in rosso (-144 milioni) e, quindi, ben venga lo Spotify Camp Nou e se riusciamo a non rendere pubblico a quanti euro corrispondono i trenta danari, ancora meglio.

Fonte Repubblica.it

Voglio essere avvisato
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments