Allegri e la Juventus, quando la minestra riscaldata non ha più lo stesso sapore

Tu chiamale se vuoi rimozioni. Rapporti umani, voglie di rivincita, debiti di riconoscenza, la nostaglia del tempo che fu: tanti allenatori hanno fatto il passo del gambero. E non pochi sono finiti in padella, cancellando almeno in parte il ricordo della prima, splendida volta. Max Allegri si sta cucinando al fuoco delle arrabbiature, dei punti persi, delle distanze incolmabili dalla vetta. E proprio lì, sulla panchina juventina, memore di un quinquennio di scudetti, coppe Italia, supercoppe italiane e anche di due finali di Champions, perse sì ma soprattutto raggiunte. Ora, invece, musi lunghi per la delusione, non più corti per le vittorie di misura.

Il Trap e la sua andata e ritorno sulla Torino-Milano

I ritorni in bianco e nero sono un deja vu. Il più famoso, quello di Giovanni Trapattoni. Dopo il decennio d’oro 1976/86 e i cinque anni interisti, culminati nello scudetto dei record, il Trap fu richiamato a Torino per dimenticare il fallimento dell’esperimento giochista di Maifredi (ricorda qualcosa?). Pur di riaverlo, la Juve accettò di mandare in prestito Dino Baggio all’Inter, che liberò l’allenatore. Nelle tre stagioni successive arrivò una Coppa Uefa, tantissima roba, ma non lo scudetto né la passione di prima: Trapattoni lasciò, accusato per il gioco difensivista e noioso della squadra (di nuovo: ricorda qualcosa?).

Marcello Lippi, il cielo fu azzurro soltanto sopra a Berlino

Vinse e convinse, invece, Marcello Lippi quando tornò alla Juve, anche lui – corsi e ricorsi – dopo una parentesi interista. Vero, nella sua second life bianconera, dal 2001 al 2004, non arrivò la Champions, conquistata invece nel 1996. Però i rigori di Manchester del 2003, che regalarono la coppa al Milan di Ancelotti, non possono cancellare la gioia per i due scudetti messi in bacheca. Ma anche nel curriculum dell’unico allenatore italiano capace del triplete che tutti i tecnici sognano – titolo nazionale, Champions e Coppa del mondo  –   c’è la macchia di un nefasto ritorno. Dopo la magia di Berlino 2006, Lippi lasciò la panchina azzurra a Donadoni per poi riprendersela nel 2008. E così vennero il mondiale brasiliano del 2010, i pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda, la sconfitta con la Slovacchia, l’ingloriosa eliminazione al primo turno e l’amaro addio definitivo all’Italia.

Quel secondo “sì” a cui pochi riescono a sfuggire

Ma come dare colpe a Lippi, a Trapattoni o anche ad Allegri? La memoria, soccorsa da wikipedia, ci accompagna attraverso irresistibili (ri)attrazioni, che spesso hanno fatto rima con delusioni. Gli appunti si infittiscono: Sacchi e Capello al Milan, ovviamente, ma anche Boskov alla Sampdoria, Montella e Prandelli a Firenze, Mihajlovic a Bologna (sì, dopo essere stato l’allenatore in seconda di Mancini all’Inter, iniziò la carriera da tecnico al Dall’Ara, nel 2008, da subentrante poi esonerato), Ballardini e il suo eterno andirivieni sulla panchina del Genoa, Spalletti e la Roma, dove nella seconda avventura il feeling con i tifosi si è schiantato sul rapporto con Totti, l’addio al calcio più sofferto che si ricordi e un colpevole da trovare a tutti i costi.

Nils Liedholm, l’uomo dei record

A proposito di Roma: Nils Liedholm ne ha occupato la panchina in quattro diversi periodi, intrecciando il giallo e il rosso con il rosso e il nero del Milan, che è stato suo per tre volte in venticinque anni. E ogni volta a dirsi: “Ma non dovevamo vederci più?”.

Fonte Repubblica.it

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