Allegri batte Sarri, ma va in scena la solita opera senza sorprese

Le due partite emblematiche di Allegri e Sarri, risultato compreso, sono state più che mai il loro segno distintivo, il sigillo sulla ceralacca calda e rossa. Si prenda la prima, ampia parte di gara, con la Lazio che la governa nel gioco (sterile, però) e con la Juve che la doma nel punteggio (il rigore secco, e perfetto, di Bonucci, poi fotocopiato nella ripresa: ma perché non li tira anche in Nazionale? Alzi la mano chi non l’ha pensato). Come due autori classici che in fondo scrivono una sola opera nella vita, perfezionandola sempre ma restando in sostanza fedeli al loro tema principale, Sarri e Allegri non hanno deluso ma neppure stupito chi li attendeva proprio così. Logico, forse appena un po’ monotono. In carriera, uno ha quasi sempre vinto, l’altro molto poco. Difatti, anche stavolta va così. 

Mauri e Max non sorprendono

Mauri e Max sono stati sé stessi in tutto, sin dal primo sguardo davanti allo specchio dello spogliatoio: cappotto blu, corto, per Allegri con giacca e cravatta sulla camicia chiara, tuta d’ordinanza per Sarri, blu scura, con sneakers bianche. Era grosso modo la divisa anche alla Juventus, sebbene con una polo. Se un giorno si presentassero scambiandosi i vestiti, allora ci sorprenderemmo almeno un po’. (Veramente, Maurizio Sarri si manifestò alla prima conferenza stampa bianconera in giacca e cravatta, però sembrava un rappresentante di aspirapolvere porta a porta). 

La stabilità ‘casuale’ della Juve

La Juve si è presa presto la partita con il gesto più “corto muso” che il calcio conosca, cioè il rigore. Corto, ma anche lungo ormai nella dinamica dell’attesa da Var. Cortissimo, infine, nella trasformazione impeccabile di Leo Bonucci che il suo muso lo indica sempre, con movimento rotatorio della mano dopo ogni gol segnato. Citazioni involontarie, e replicate. Più che inallenabile, la Juve è stata per Sarri inaffrontabile e imbattibile nella lunga sera dell’Olimpico. Anche perché l’infortunio precoce di Danilo ha permesso ad Allegri di sistemare la squadra su un piano di tattico di maggiore stabilità: quattro in difesa e non più tre, con la spina di Kulusevski abbastanza conficcata nel fianco laziale. Un assetto convincente per una migliore tenuta di strada. A quel punto, più del gioco potevano i giocatori: anche questo, veramente, un mantra allegriano e non proprio sarriano. (A proposito, sebbene i due rivali abbiano un posto nella Treccani, il sarrismo esiste anche come vocabolo ma l’allegrismo no). 

E i giocatori infatti risolvono. Prima Chiesa che scappa, poi Reina che l’abbatte, infine Bonucci (non Jorginho) che raddoppia. Due corti musi messi insieme fanno una vittoria lunga, e giusta. Allegri è molto agitato e non guarda Leo che tira dal dischetto, uno e due, invece Sarri scrive sul suo taccuino anche mentre la Juve raddoppia, in quel preciso istante. Mauri prende appunti, Max si prende i punti. 

Fonte Repubblica.it

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