Al centro di tutto c’è Pogba, la Francia nelle mani del Polpo Paul

MILANO – Nella Francia che ha vinto gli ultimi due tornei su tre, e che sarà favorita anche per il prossimo, chi comanda è Paul Pogba. Non il sempiterno Benzema e nemmeno il lieve Mbappé, no: il capo è il Polpo che qui, e al momento solo qui, è oramai al centro di tutto, del gioco, delle correnti di spogliatoio, dell’anima della squadra. In attesa di diventarlo anche del Manchester United dove, a sorpresa, potrebbe restare ancora a lungo.

L’evoluzione di un leader

Ci ha messo un po’, per prendersi questo ruolo. Ha dovuto lavorare su se stesso, ma finalmente eccolo. In Brasile (2014) era il giovane che s’affacciava al mondo, in Francia (2016) il talento atteso che le promesse non le mantenne, in Russia (2018) la stella capricciosa che alla fine si mise al servizio di quelle sorgenti (Mbappé, appunto). Dall’estate scorsa, la squadra l’ha invece definitivamente presa in mano lui: a Euro 2020 le cose per la Francia sono andate male, con quell’assurda eliminazione ai rigori con la Svizzera, ma nel corso di quella spedizione Pogba si è imposto definitivamente come leader a ogni livello, giocando partite di altissimo rendimento e, soprattutto, guidando il gruppo durante la transizione tra le delusione della sconfitta e la necessità della ripartenza. Oggi è il punto di riferimento anche dei compagni più esperti e il capitano di fatto accanto a quello di nomina, Hugo Lloris, che esercita invece una leadership quieta.

Le urla a Koundé come segno del comando

In queste finali di Nations League, Pogba è stato il migliore dei francesi e quello che ha trascinato i compagni ai ribaltoni contro Belgio e Spagna. In finale, fateci caso, la partita è veramente cominciata quando lui, s’era all’inizio della ripresa, ha urlato di tutto in faccia a Koundé, che non si stava smarcando per ricevere il passaggio con il quale stava tentando di alleggerirsi dal pressing feroce di Rodri. Significativa la reazione del giovane difensore del Siviglia, che ha chinato il capo con aria colpevole, accettando le rimostranze del capo e riconoscendone l’autorità, ma anche l’autorevolezza.

Il Polpo al centro del gioco

La centralità morale di Pogba è una conseguenza di quella tecnica. Deschamps ha insistito tanto per convincerlo, ma alla fine il Polpo ha capito che il suo ruolo è questo, quello di centrocampista centrale, di perno della squadra, un po’ regista e un po’ mediano, ma nel caso anche rifinitore. Uno di lotta e di governo. È diventato un lanciatore formidabile, mentre prima cercava soprattutto gli inserimenti senza palla per farsi lanciare: le sue verticalizzazioni a innescare la velocità di Mbappé sono tra le cose migliori che la Francia possa proporre, ma anche a Manchester si sta distinguendo su questo terreno. Nel 5-1 di campionato al Leeds, ha fatto addirittura 4 assist, uno più geniale dell’altro.

I capricci alla ricerca della posizione

Per anni Pogba ha scapricciato sulla posizione in campo. In pratica, si sentiva a suo agio soltanto da mezzala sinistra nel centrocampo a tre, il ruolo nel quale si è affermato alla Juventus e in cui ha forse giocato le sue partite migliori, almeno fino a questi ultimi mesi. In Russia, Deschamps lo aveva spostato sul centro-destra (a sinistra c’era Matuidi) e lui si sentiva fuori posto. Poi ha cambiato modulo, dal 4-3-3 al 4-2-3-1, e Pogba è passato a fare il mediano con Kanté: si è adattato, ma solo alla distanza (e in particolare nel secondo tempo della finale) ha giocato ai suoi smisurati livelli. Però alla lunga Deschamps lo ha convinto: “Il tuo ruolo è quello dove puoi toccare il più spesso possibile la palla”. Cioè nel cuore del gioco. Il ct è perplesso, per usare un eufemismo, per come invece lo impiega Solskjaer al Manchester United, dove Pogba fa il trequartista di sinistra nel 4-2-3-1. Però lui non ne se ne sta lamentando è questo è già un passo avanti, visto che negli anni l’ex juventino è andato in conflitto sia con Mourinho (che sul ruolo la pensava esattamente come Deschamps) sia con il tecnico norvegese, ostentando insofferenza se in campo lo spostavano anche solo di dieci metri.

I look bizzarri e le distrazioni frequenti

Ma oggi Pogba esibisce una nuova maturità. In Russia, per esempio, era distratto da mille faccende, era ossessionato dalla ricerca di un look originale (o per meglio dire bizzarro), era diventato il protagonista di un reality su se stesso e insomma la sua fama e la cura del suo appeal mediatico – che aveva raggiunto l’apice durante l’Europeo di casa del 2016, quando i muri francesi erano tappezzati dai manifesti di lui che faceva l’espressione truce e pubblicizzava di tutto – era la sua principale occupazione. Poco prima di lasciare la Juve, aveva dichiarato (a Repubblica e So Foot) che il suo obiettivo era diventare più forte di Maradona e Pelè. L’ha fallito, ma per lungo tempo non è stato neanche all’altezza dei migliori contemporanei. A Manchester ha fatto dei passi indietro, frustrato per i risultati scadenti della squadra, che più di una volta non si è nemmeno qualificata per la Champions, e per i rapporti difficili con Mourinho e Solskjaer, che spesso gli hanno preferito un onesto mediano come McTominay. Si è intristito, si è spesso arreso a piccoli acciacchi, ha giocato spesso da immusonito. E ci ha messo del suo esagerando con la presunzione, con la supponenza, con le distrazioni. Chi lo conosce dice che il suo livello di concentrazione sulle faccende calcistiche sia inversamente proporzionale al tasso di originalità con cui ci concia i capelli: più sono sobri, più ci si possono aspettare da lui grande prestazioni. Ma in queste finali di Nations League ha finalmente smentito anche questa diceria: ha avuto un rendimento elevatissimo nonostante quelle ciocche bianche a azzurre, per altro così pericolosamente simili ai colori sociali del Manchester City. E quindi, chissà se è ancora valida un’osservazione di Mourinho, cruda mai pertinente: “Un Mondiale o un Europeo sono la competizione ideale per Pogba, perché per un mese è chiuso in ritiro, è costretto a pensare solo al calcio e non si fa distrarre da altro”. Ma adesso ha imparato a non rimanere concentrato anche nelle normalissime settimane di Premier.

Contratto in scadenza, ma può restare a Manchester

Il contratto di Pogba a Manchester scadrà a giugno. Fino a qualche mese fa il divorzio sembrava scontato e celebre era stato il diktat di Raiola, da sempre il procuratore del Polpo: “Il mio primo obiettivo è portare via Paul da Manchester, lì rovinerebbero anche Pelé, Maradona e Maldini”. Questa frase la disse (a Repubblica) sul finire del 2019, ma adesso la situazione è cambiata. Con molto tatto e altrettanta circospezione, sono cominciate le trattative per un rinnovo di contratto che fino a qualche mese fa sembrava impossibile. Il fatto è che la situazione è cambiata, il club è maturato, i risultati stanno migliorando e gli acquisti di Ronaldo e soprattutto di Varane, uno dei nazionali francesi cui Pogba è più affine, sono la testimonianza delle ambizioni dei Red Devils: tutte mosse alle quale il giocatore non si sta mostrando per nulla indifferente.

Uno stipendio da 20 milioni, il più alto della Premier

Ai suoi amici, Pogba ha già confessato che l’idea di rimanere non è più campata per aria. All’Old Trafford arriverebbe a guadagnare 20 milioni l’anno (adesso sono 12), che farebbero di lui il calciatore più pagato della Premier: è un ingaggio che taglierebbe fuori chiunque se non Psg e Real Madrid, le due società che in questi anni hanno corteggiato con maggiore insistenza il centrocampista. Ma per entrambe c’è un problema, il tetto salariale. E in entrambi i casi dipende dai 30 milioni che andrà a guadagnare Mbappé: chi avrà l’attaccante, non potrà permettersi di pagare anche Pogba, che per altro non è mai sembrato convinto dell’ipotesi parigina. In Inghilterra, i due club che potrebbero permettersi di accoglierlo hanno, per motivi diversi, le porte sbarrate: il City per ovvie ragioni ambientali, il Chelsea perché ha rotto da anni i rapporti con Raiola. E la Juve? Pogba la porta nel cuore, ma la situazione finanziaria del club preclude un investimento del genere, e nemmeno le prospettive tecniche sono in grado di assecondare le ambizioni professionali del giocatore. Il Manchester United sta invece rispolverando le sue antiche velleità e il suo progetto convince Pogba. Raiola non si metterebbe certo di traverso: checché se ne dica, lui cerca sempre di soddisfare i desideri dei suoi assistiti, anche quando non ne condivide le convinzioni. Oggi come oggi, l’ipotesi più accreditata è che Pogba firmi per lo United per altri cinque anni. E che ne diventi il leader indiscusso. Non come Maradona e Pelé, ma come il miglior Pogba che si ricordi.

Fonte Repubblica.it

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